MEDIA

Il Wall Street Journal Group “sbarca” a Milano. Un’audience globale per l’export Italiano

- # # # # # #

“Per circa 50 anni siamo stati rappresentati egregiamente in Italia dallo Studio Calcagno e quando questi ci ha comunicato la decisione di lasciare l’attività, abbiamo colto l’occasione per aprire una sede a Milano e continuare in prima persona il lavoro straordinario che era stato fatto in tutto questo tempo”, spiega Will Wilkinson, Vice-President, Sales, EMEA del Wall Street Journal Group (nella foto). “Una sede qui ci permette di avere un rapporto diretto con i nostri clienti, di capire i loro bisogni e in che modo crescono insieme alla nostra piattaforma. L’evoluzione tecnologica sarà infatti fondamentale per lo sviluppo futuro dell’attività, e al riguarda siamo molto ottimisti”.

Aprire un ufficio in Italia sembra però una decisione in controtendenza, guardando alle cifre di un mercato media in cui la stampa soffre ormai da diversi anni. “Il nostro punto di vista è differente”, ribatte Wilkinson. “Il mercato italiano è basato molto sull’import-export non solo per quanto riguarda i prodotti di lusso. Poiché siamo una pubblicazione internazionale e ci rivolgiamo a un pubblico globale di leader molto colti con una ricchezza personale considerevole, credo che un fascia consistente di inserzionisti italiani attivi nei mercati internazionali sarà interessata alla nostra audience, che è unica per status, interessi e abitudini di acquisto”.

Guardando ai profili dei lettori, in effetti, non gli si può dar torto: in media il fruitore dei media del WSJ Group presenta un reddito individuale di circa 350.000 dollari e un patrimonio superiore ai 5,5 milioni. “L’offerta del Gruppo”, prosegue Wilkinson, “comprende cartaceo, digitale, online, video, e mobile. Quest’ultima area sta crescendo molto rapidamente. La nostra reach sulla business élite sta salendo del 4% anno su anno, mentre negli scorsi cinque anni abbiamo avuto un incremento del 22%”.

I numeri del gruppo mostrano che la scelta delle paid subscription sul digitale, sin dell’inizio – “siamo stati primi”, precisa – stanno pagando anche sul versante delle audience: il WSJ Digital Network ha 31 milioni di VU al mese in totale (8,9 in Europa) e oltre 1,3 milioni di abbonati paganti. Anche il comparto video, sotto il brand WSJ Live, ha raggiunto i 21 milioni di streaming al mese. “Oltre al video e al mobile, puntiamo su un bilanciato mix di local e global information per i nostri website localizzati, in lingua nazionale: dalla Cina all’Indonesia, dalla Corea al Giappone, in aree di grandi potenzialità”.

“L’impegno che poniamo sul versante digitale”, conclude Will Wilkinson, “non significa che abbiamo smesso di credere nel valore della carta come media. Lo dimostra lo sviluppo di WSJ, il nostro magazine. Lanciato nel 2009 come semestrale in contemporanea con la grande crisi innescata dal fallimento di Lehman Brothers, e diventato poi un trimestrale, da quest’anno avrà periodicità mensile, a conferma di un crescente gradimento da parte dei lettori e degli inserzionisti. A proposito di questi non è per caso che le caratteristiche della rivista (esclusività, aspirazionalità, appartenenza) abbiano alimentato una crescita degli investimenti dei brand italiani del lusso, che sono triplicati negli ultimi tre anni”.

L’ufficio è  attivo dal 24 febbraio 2014. Denominato Dowjones International,  è in corso Italia, 1 Milano.

Massimo Bolchi

articoli correlati

AGENZIE

Fusione Publicis e Omnicom: mercato “tiepido” e analisti dubbiosi

- # # # # # # # #

Il mercato reagisce tiepidamente alla nascita del “leviatano” Publicis Omnicom Group, il colosso franco-statunitense della pubblicità. Il titolo Publicis guadagna infatti solo lo 0,25% chiudendo a 59,50 euro, Omnicom perde invece lo 0,55% con una valutazione finale di 67,75% alla Borsa di New York. Se il mercato resta in attesa degli sviluppi, di tutt’altro avviso il fuoco incrociato degli altri player del settore e degli analisti che hanno versato fiumi di inchiostro sulla megafusione.

 

In prima fila Sir Martin Sorrell, numero 1 della multinazionale WPP, principale rivale della nuova corazzata: “Gli investitori non sono convinti della strategia” ha chiosato, smentendo le voci di un’ulteriore espansione della WPP per rispondere colpo su colpo a Publicis e Omnicom, anche se solo la possibilità di inglobare Interpublic o Havas ha regalato ai rispettivi titoli il 4,6 e il 5% in più.
Più di un dubbio viene sollevato dagli addetti ai lavori per la posizione dominante della nuova realtà che limiterebbe fortemente la libertà di scelta per gli inserzionisti, questa l’opinione dell’ISBA, un gruppo di inserzionisti britannici. Diversa l’opinione di alcuni mad men di lungo corso che guardano con attenzione alla riuscita dell’operazione che potrebbe rappresentare un’occasione unica per le società indipendenti, alternativa sempre più concreta ai monoliti del mercato.

Sulle colonne del Wall Street Journal i dubbi principali riguardano l’effettiva possibilità di una vera fusione “alla pari”, potrebbe risultare scomoda un’unica poltrona per i due Ceo.
Una mossa ‘spiazzante’, così l’ha definita il numero uno di Havas David Jones: “Oggi bisogna essere elastici e veloci e non so se un monolite come quello che emergerà da questa fusione risponderà a queste esigenze”. Esprime ammirazione invece il ceo della piccola holding MDC Partners Miles Nadal: “La creazione di Publicis Omnicom Group è una mossa strategicamente brillante. La fusione risolve i problemi di entrambe le strutture con un partner strategico e complementare. Per quanto riguarda MDC ‘è una grande vittoria’, dandoci l’opportunità di nuovi business. La fusione creerà conflitti e preoccupazioni tra clienti distraendo le agenzie per produrre grandi lavori”.

 

L’Indipendent invece sottolinea il possibile scontro culturale tra le due realtà, soprattutto alla luce delle differenze tra i due tipi di gestione, di stampo federale quello di Wren, più centralizzato quello di Lévy. Gli analisti economici esprimono invece più di una perplessità sull’ottimistico risparmio di 500 milioni di dollari in costi di gestione prospettato dai due co-Ceo. Alcuni dei clienti dei due gruppi sono rivali, primo fra tutti il conflitto tra Pepsi e Coca Cola, curati rispettivamente da Omnicom e Publicis.

articoli correlati