AGENZIE

Il Gruppo Giunti sceglie vanGoGh per la Giunti Academy – School of Management

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giunti academy

Dopo una consultazione tra diverse agenzie, Giunti Academy – School of Management fa il suo esordio sul mercato accompagnata dalla strategia e dalla creatività di vanGoGh.

Giunti Academy – School of Management è una divisione di Giunti Psychometrics dedicata allo sviluppo di un’offerta formativa, rivolta a giovani neolaureati, manager e professionisti, su temi di management, economia, innovazione e trasformazione digitale. La fonte principale dell’offerta formativa sono i contenuti del vasto patrimonio editoriale del Gruppo Giunti e si contraddistingue per la qualità dei contenuti e le partnership con aziende e istituzioni pubbliche e private.
I primi progetti di Giunti Academy saranno rivolti al settore dell’arte e dei Beni Culturali, e al settore dell’Enogastronomia, che rappresentano due ambiti di eccellenza dell’offerta editoriale del Gruppo Giunti, nonché al mondo delle Risorse Umane che rappresenta uno dei target di riferimento di Giunti Psychometrics.

Gli Innovative Thinkers di vanGoGh si occuperanno di sviluppare la brand identity, di ideare il concept di comunicazione, di realizzare il sito internet e tutti gli strumenti strategici e tattici on e offline necessari per affermare sul mercato il nuovo brand.

“Siamo entusiasti di “collavorare” con Giunti Editore”, dichiara Max Galli (nella foto), CEO di vanGoGh, “storica casa editrice fiorentina, erede di una lunga tradizione editoriale che ha inizio nel 1841 e terzo gruppo editoriale italiano, con un progetto di comunicazione omnicanale legato all’eccellenza e al valore dell’ampio patrimonio culturale del Gruppo Giunti.

“Abbiamo apprezzato le proposte di vanGoGh che rispecchiano l’identità di Giunti Academy: una realtà che nasce da una importante storia editoriale ma guarda al futuro”, aggiunge Rossella Calabrese, Direttore di Giunti Academy. “Il nostro progetto punta a costruire un’offerta formativa di eccellenza nei settori distintivi del Made in Italy e non solo”.

Al progetto, sotto la direzione creativa di Giorgio Guzzi, hanno lavorato gli art Sonia Brambilla e Alessandro Bigi, la copy Nahomi Cremona, la designer Francesca Sgarbi, lo UX Consultant Andrea Cavallazzi, l’account manager Angelo Valle.

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In Italia il mercato Cloud “allargato” verso i tre miliardi di valore

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cloud osservatori

Il mercato Cloud in Italia continua a crescere: per il 2016 viene stimato un incremento del 18% nel 2016 che lo porterà a raggiungere un valore di 1,77 miliardi di euro. A crescere a ritmo più sostenuto è il Public Cloud, stimato in crescita del 27% dal 2015 e destinato a toccare quota 587 milioni di euro; crescono anche gli investimenti dedicati alla Cloud Enabling Infrastructure, ovvero quelli destinati ad aggiornare il patrimonio infrastrutturale e applicativo già esistente in azienda per l’adozione del Cloud, che arriveranno a valere complessivamente 1,185 miliardi di euro.
Lo rivela l’Osservatorio Cloud & ICT as a Service, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano coinvolgendo oltre 900 CIO e responsabili IT di imprese italiane., presentato stamattina al Campus Bovisa di Milano

Il settore manifatturiero rappresenta la fetta più ampia della spesa in Public Cloud, con una quota pari al 23% del mercato; le iniziative maggiormente adottate sono quelle relative alla gestione della supply chain, dei trasporti e dei portali e-commerce.
Al secondo posto si attesta il settore bancario (21%): lo sperimenta in ambiti di ottimizzazione di prezzi di strumenti finanziari, nei servizi di e-learning e per quanto riguarda le piattaforme di calcolo per gli ambiti Big Data Analytics.
Telco e media raggiungono il terzo posto con una quota del 14% e in questo caso sopratutto per i servizi di streaming video, di gestione dell’advertising e di gestione delle infrastrutture.
I Servizi ottengono una quota del 10% e si concentrano su gestione delle flotte e dei ricavi.  Nel settore GDO e retail, che si attesta al 9%, vi sono esempi di utilizzo di soluzioni per il facility management degli store e per la gestione dei dati multimediali.
Nella PA e nella sanità pubblica, con quota pari al 9%, al modello Public Cloud è spesso preferito il modello di Community Cloud, dove vengono sviluppati servizi verticali direttamente dagli Enti, mentre il ricorso a servizi Public è concentrato su servizi più standard. Nelle utility (9%) storicamente c’è stata una larga adozione di soluzioni CRM in Cloud e più di recente di soluzioni orientate al risk management. Le assicurazioni hanno raggiunto una quota del 5% e mostrano un approccio ancora standard al Public Cloud, con sperimentazioni nell’ambito dei portali, come quelli relativi ai sinistri e alla relazione con la clientela.
“Il trend di crescita del nostro Paese appare in linea con quello che gli analisti internazionali fotografano come un fenomeno sempre più pervasivo e inarrestabile a livello globale”, spiega Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Cloud & ICT as a Service del Politecnico di Milano.
“In riferimento al solo Public Cloud, Gartner stima a livello mondiale una crescita per il 2016 di poco meno del 26%, per un valore complessivo di 64,7 Miliardi di dollari. In un orizzonte temporale più ampio, IDC stima che il mercato Public Cloud passerà dai 70 Miliardi di dollari del 2015 a più di 141 Miliardi di dollari nel 2019, con un tasso di crescita composito del 19,4%. Segnali confortanti per l’Italia arrivano anche dal recente studio Global Cloud Computing Scorecard di BSA – The Software Alliance che, nell’evidenziare alcuni passi in avanti fatti dal nostro Paese nella creazione dei presupposti per lo sviluppo del Cloud, colloca l’Italia all’ottavo posto a livello mondiale, due posizioni più in alto rispetto al precedente studio del 2013”.

“La componente di servizi applicativi (SaaS) è quella che sta trainando maggiormente la crescita del mercato Public Cloud: si prevede una crescita del 33% nel 2016.” Afferma Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio Cloud & ICT as a Service “I servizi che crescono maggiormente sono quelli dei sistemi core e verticali per le imprese, che stimiamo possano valere quasi un quarto della spesa in SaaS nel 2016. Si osserva una specializzazione dell’utilizzo dei servizi Public Cloud da parte delle imprese, che trovano sempre più risposte ad esigenze specifiche. In questo senso si può parlare di un’età della ragione nell’utilizzo del Cloud, sebbene ci siano ancora molti passi fare”
“La sfida per le Direzioni IT”, sottolinea Stefano Mainetti, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Cloud & ICT as a Service, “è l’evoluzione verso modelli che permettano ad infrastrutture ed applicazioni di integrarsi in modo veloce e flessibile con i servizi consumati dal Cloud”.
Il primo ambito che ha beneficiato dell’effetto catalizzante del Cloud è stato quello delle infrastrutture: il 58% delle aziende utilizza ambienti di produzione, il 61% ha sperimentato o utilizza stabilmente ambienti IaaS per sviluppo e test, il 53% adotta soluzioni di backup, il 40% di disaster recovery. Per quanto riguarda l’utilizzo di applicazioni SaaS, queste vengono introdotte in azienda in affiancamento a quanto già in uso, sia per ampliare il supporto informativo (86%) sia per sfruttare singole potenzialità innovative (82%). Minore invece il numero di aziende che sfruttano le opportunità messe a disposizione da applicazioni e piattaforme Public Cloud per sostituire sistemi obsoleti (55%). Sono invece molto poche, poco meno del 5% del campione analizzato, le aziende che ad oggi hanno fatto la scelta strategica di portare la maggior parte delle proprie applicazioni in Cloud. “Se da un lato il potenziale offerto dal Cloud è ormai ben noto, il percorso di Cloud Migration per le infrastrutture e per il parco applicativo aziendale è solo ai primi passi e c’è ancora molto lavoro da compiere”, continua Stefano Mainetti. “Ma proprio in questi casi è stato possibile identificare una significativa trasformazione del modo di gestire l’IT in impresa, grazie all’adozione di nuove politiche di sourcing, di modalità di gestione automatizzata delle operations (DevOps), di metodologie iterative (Agile) per la realizzazione di applicazioni e, in generale, di modalità di lavoro collaborative business-IT. Questo è il vero beneficio profondo abilitato dall’adozione del paradigma del Cloud Computing, beneficio di un ordine di grandezza superiore a quelli, pur importanti, di efficienza ed efficacia misurabili nelle singole iniziative. Si tratta di un vero e proprio cambiamento culturale nel concepire l’IT, elemento oggi fondamentale per approcciare la digital transformation richiesta alle aziende dal mercato”.

Per quanto riguarda infine la scomposizione della spesa tra PMI e grandi imprese, queste ultime polarizzano ancora gran parte della spesa, per il 2016 di poco superiore al 90%. Il tasso di crescita della spesa delle grandi imprese è previsto essere del 28%, mentre per le PMI è di poco sotto al 20%.
La dimensione d’impresa gioca un ruolo nella diffusione dei servizi “sulla nuvola”: se poco più del 20% delle organizzazioni tra 10 e 49 addetti utilizza il Cloud, la percentuale raggiunge quasi il 30% nelle organizzazioni tra 50 e 249 addetti.
Rispetto invece alla dinamica di crescita nelle diverse aree geografiche, il nord ovest è quella che mostra maggiore dinamicità, mentre il nord est è l’area dove i questi servizi hanno attualmente maggiore diffusione; seguono, con un certo distacco, il centro e sud e isole.

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AssoCom presenta il nuovo ecosistema della comunicazione

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È stata resa nota oggi da AssoCom un’anticipazione dei risultati della ricerca “Verso un nuovo ecosistema della comunicazione”, commissionata dal Centro Studi dell’associazione al team di lavoro dell’Area Marketing della School of Management del Politecnico di Milano. Tra le indicazioni emerse si segnala una segmentazione dimensione delle necessità operative a cui le agenzie saranno sollecitate dal mercato a dare riscontro. I grandi gruppi dovranno strutturarsi per fornire alle aziende un servizio integrato a 360 gradi; le medie agenzie saranno invece chiamate a internalizzare più competenze per offrire servizi completi; le piccole agenzie dovranno infine puntare all’iperspecializzazione per sopravvivere. I centri media, dal canto loro, dovranno fornire contenuti (branded content) e avere nuove competenze nel programmatic buying e real time bidding. In un ecosistema di questo tipo la flessibilità diventa fondamentale, rappresentando un’opportunità per attori specializzati di piccole dimensioni e liberi professionisti; inoltre si assiste alla nascita di network di competenze “modulari” da comporre in relazione allo specifico bisogno del cliente.
“Esaminando l’ecosistema nel suo complesso si rileva un’elevata entropia e complessità dei ruoli”, ha commentato Layla Pavone, Presidente Centro Studi AssoCom e managing director di Isobar. “Questo comporta, da un lato, una forte competizione tra gli attori per l’ottenimento di un ruolo strategico, di coordinamento e di presidio della relazione con il cliente, dall’altro, una consapevolezza di elevata e, alle volte, di eccessiva frammentazione e specializzazione del sistema della comunicazione”.
Inoltre, aggiunge Andrea Boaretto, Head of Marketing Projects della School of Management del Politecnico di Milano: “In uno scenario complesso ma fonte di nuove opportunità comincia ad avvertirsi l’esigenza di un forte coordinamento tra investitori e network dei servizi di comunicazione che sappia gestire le dinamiche evolutive dal punto di vista dell’offerta e dello sviluppo tecnologico. Si prevedono nuovi ingressi nell’ecosistema di comunicazione, con cui gli attuali attori devono avere a che fare sia in logica competitiva sia come fonte di nuove opportunità di business: la seconda parte della ricerca dovrà validare anche questi scenari”.

Questa fase esplorativa della ricerca, condotta con una serie di metodologie quali-quantitative, è stata infatti finalizzata a comprendere lo stato dell’arte e soprattutto l’evoluzione e la configurazione in chiave prospettica dell’ecosistema della comunicazione in Italia. Sono stati coinvolti nel sondaggio di opinione su 701 rispondenti dell’ecosistema della comunicazione, a cui si sono aggiunte le 51 interviste in profondità con attori chiave e key opinion leader del settore, ponendo particolare enfasi su nuovi attori che stanno giocando e giocheranno un ruolo chiave nei prossimi anni.
A questa prima parte ne seguirà una seconda estensiva, volta a validare le evidenze emerse, che sarà condotta su un campione rappresentativo del mondo delle aziende di comunicazione includendo anche gli spender.

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Il Gioco Online in Italia? “Un mercato ragionevolmente maturo”. Casinò Game a +200%

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Con un giro d’affari di 750 milioni di euro e 800mila giocatori attivi al mese, il Gioco Online italiano cambia faccia e passo. Con la legalizzazione di slot e l’imminente ampliamento del palinsesto anche il gaming online italiano sterza verso una dimensione più europea, sulla falsariga delle celebri scommesse d’Oltremanica sui colori sfoggiati da sua Maestà Elisabetta II. Si potrà scommettere su tutto, eccezion fatta per le questioni di politica nazionale. Non più vizio proibito di giocatori incalliti ma forma “ragionevolmente matura” di entertainment, come ha dichiarato Andrea Rangone Responsabile Scientifico Osservatorio Gioco Online presentando i dati della Ricerca 2012-2013 della School of Management del Politecnico di Milano. Quello con la Dea bendata è un  appuntamento perfettamente legale per una spesa media inferiore ai 50 euro per due giocatori su 3. La spesa cresce complessivamente del 2% e tutto il mondo del gaming tricolore si scopre sempre più social, crescendo sui nuovi device e sui social più frequentati.

Questo il quadro che emerge dalla ricerca presentata ieri al Campus Leonardo del Polimi e promossa congiuntamente con l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato e Sogei, la società in house di ICT del Ministero dell’Economia e delle Finanze, partner tecnologico dei Monopoli nel comparto del gioco. La Spesa dei giocatori online sfiora nel 2012 i 750 milioni di euro. In crescita a del 200% la Spesa per i Casinò game che balza da 49 a 147 milioni di euro, grazie al recupero di gioco che si rivolgeva a siti illegali, registrano invece un calo quella per il Poker e quella per le Scommesse sportive: la prima si riduce del 7% scendendo sotto i 350 milioni , la seconda del 20% fermandosi a 170 milioni di euro. Una diminuzione del 20% viene anche riscontrata dalla Spesa per Bingo, Scommesse ippiche e Concorsi a pronostico online, mentre una lieve crescita del 7% caratterizza gli Skill game a torneo: Blackjack, Scopa, Burraco, Sette e mezzo ecc., che sfiorano però appena i 12 milioni di euro.

“L’offerta italiana di giochi online si mostra come una delle più ricche e complete nel panorama europeo”, sottolinea Andrea Rangone. “Tuttavia la penetrazione della sua Spesa rispetto alla Spesa totale (online + offline) raggiunge il 4%, restando marginale e ponendosi tra le più basse in Europa”.

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