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Qwant: festeggia cinque anni il motore di ricerca europeo che rispetta la privacy

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Qwant, il motore di ricerca che rispetta la privacy delle persone, festeggia il suo quinto compleanno offrendo un nuovo design e una nuova visual identity, più moderni ed efficienti.
Presentato nel 2013, Qwant è in costante evoluzione per soddisfare le aspettative dei suoi utenti e offrire loro un servizio dalle performance elevate e con una interfaccia allo stesso tempo piacevole e intuitiva. Il nuovo design è stato ideato per adattarsi perfettamente ai dispositivi mobile permettendo un utilizzo più veloce e confortevole su tutti i tipi di schermo.

Il motore di ricerca europeo con sede centrale a Parigi e due uffici in Germania e in Italia, è disponibile in 28
lingue in oltre 160 Paesi. Qwant è universalmente noto per la protezione offerta ai dati personali delle persone, sempre più sensibili al tema della privacy e che apprezzano la scelta di non raccogliere dati da parte del motore
di ricerca. Lo spirito innovativo di Qwant non si ferma e darà presto vita a nuove offerte di strumenti che andranno a comporre un eco-sistema completo per la salvaguardia della vita privata in Rete con i servizi di mappe e messagistica, che si affiancheranno al lancio di nuovi verticali come Qwant Sports e Qwant Games, che si affiancheranno a Qwant Music, Qwant Shopping.

Il logo di Qwant è nato e si è sviluppato attorno alla metafora dello spettro di luce, un’idea che ha riscosso grande successo. Ed è proprio per preservare e riaffermare questa idea che la visual identity di Qwant è in continua evoluzione, come ha ribadito Pierrick Thébaut, Chief Design Officer: “Abbiamo scelto di costruire il nostro logo attorno a tre fasci di luce (rosso, verde, blu). Colori che, se combinati, danno vita a un numero illimitato di colori. Per noi, la loro molteplicità simboleggia la varietà e la neutralità delle risposte ottenibili su Qwant e dei risultati che ci consentono di assumere una visione unitaria del mondo”.

Sin dalla sua nascita, Qwant non ha mai smesso di evolversi e offrire novità ai pr opri utenti. I servizi verticali Qwant Music e Qwant Game e di “Instant Answer” dimostrano l’impegno del motore di ricerca. Il crescente numero di utenti ha reso necessario un restyling che aggiungesse ancor più valore alla proposta di Qwant rendendone l’utilizzo più semplice e confortevole nella navigazione, soprattutto nella sua versione mobile.
Con l’obiettivo di rendere più facile la lettura dei risultati della ricerca online, il Team design di Qwant ha scelto di abbandonare la tradizionale interfaccia a tre colonne (web, news, social) per introdurre, nella versione destkop, due colonne complementari. Il servizio di “Instant Aswer”, inizialmente situato nella parte alta della pagina, è spostato in una sezione apposita alla destra dei risultati della ricerca per ottimizzarne l’utilizzo da PC o Mac con schermi 16:9. Le notizie e i contenuti dei social media saranno collocati in quest’ultima sezione permettendo, così, di accedere a risultati differenti senza interrompere la fruizione dei risultati della ricerca web. Il nuovo layout permetterà allo sguardo di seguire il movimento a “F” che contraddistingue i motori di ricerca: intensa attenzione alla prima linea orizzontale e attenzione calante scorrendo la pagina verso il basso in verticale.

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Fundraising Survey Italia di Atlantis: l’83% pronto a pagare di più il prodotto “benefico”

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atlantis

Presentata la ricerca “Fundraising Survey Italia 2018”: informazioni inedite sul profilo dei donatori attivi e potenziali in Italia e nuovi scenari di collaborazione strategica tra profit e nonprofi, che evidenzia come tra i consumatori italiani vi sia una spiccata propensione ad acquistare prodotti che sostengono cause benefiche.

Lo studio, realizzata dalla società Emotional Marketing e commissionata da Atlantis Company, è stato condotto attraverso tecniche innovative basate sull’analisi delle emozioni e fondato sui dati derivanti da mille questionari somministrati via web incrociati con bigdata in costante aggiornamento sull’immaginario emotivo degli italiani.

In particolare, dalla ricerca emerge che ben l’83 per cento per cento degli intervistati sarebbe disposto ad acquistare un prodotto sapendo che parte degli incassi saranno utilizzati per finanziare una causa benefica; una percentuale che arriva a sfiorare il 90% se si specifica che il contributo solidale non comporta un aumento del costo del prodotto, ma che non precipita, attestandosi al 72%, quando si segnala, invece, un piccolo aumento del costo finale.

Non tutti i prodotti e non tutte le cause benefiche ottengono, però, gli stessi risultati. Dalla ricerca risulta, ad esempio, che i consumatori, a prescindere dalla tipologia del prodotto acquistato, tendenzialmente preferiscono sostenere associazioni che sostengono la ricerca scientifica contro gravi malattie e la tutela dei minori, ma anche che coloro che acquistano prodotti per animali sono molto più sensibili ai temi connessi agli amici a quattro zampe e all’ambiente.

In relazione al profilo dei donatori, la ricerca “Fundraising Survey Italia 2018” mette in luce che il 52% per cento del campione analizzato ha sostenuto economicamente una causa benefica negli ultimi 12 mesi e che si tratta per lo più di donatori episodici. I donatori costanti sono, invece, soprattutto persone con più di 55 anni e rispondono ad un preciso profilo emozionale, più sensibile a determinate tecniche di comunicazione che ad altre. Il profilo emozionale dei donatori è indicativo anche in relazione all’importo delle donazioni, che mediamente si attesta sui 51 euro, ma che è decisamente più alto per alcune specifiche fasce di popolazione. In relazione alle modalità di donazione la parte da leone viene svolta dalle donazioni in contanti (21%), dalle donazioni on line attraverso carte di credito (19%) e dal bollettino postale (16%).

Dallo studio commissionato da Atlantis Company, oltre ad importanti spunti per le aziende in relazione alle azioni di Corporate Social Responsibility, emergono innovative fotografie del settore nonprofit, con focus sul “profilo emozionale” delle associazioni, dei donatori e dei soggetti inclini a diventarlo. L’aspetto più rilevante è che ben il 67% delle persone che hanno dichiarato di non aver mai fatto una donazione sarebbe disposto a farla se trovasse una causa convincente.

“Un dato che si traduce in un vero e proprio esercito di potenziali donatori che le associazioni potrebbero raggiungere semplicemente imparando a raccontarsi in maniera efficace e che lascia trasparire le altissime potenzialità della collaborazione tra profit e nonprofit, con vantaggi strategici per entrambi i settori”, sottolinea Francesco Quistelli, fondatore e Ceo di Atlantis Company.  “Ciascuna associazione si incardina in uno specifico quadro emozionale e conoscerne le tinte è fondamentale per impostare una strategia di comunicazione efficace e per avviare collaborazioni realmente e reciprocamente vantaggiose con le aziende”.

 

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MediaCom LAB presenta un lavoro sul target giovanissimi 10-13 anni

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mediacom lab

LAB, il nuovo dipartimento interno a MediaCom, nasce per rispondere a domande che spesso, nelle attuali ricerche di settore, non trovano evidenze sufficienti” dichiara Zeno Mottura, CEO di MediaCom (nella foto con Erik Rollini). “Abbiamo fortemente creduto nella necessità di istituire un team interno dedicato a tale scopo, così da promuovere stabilmente un approccio analitico che non si limiti ad utilizzare le fonti disponibili, ma che consenta di costruire ciò che manca, in termini di contenuto e di metodo”.

La prima ricerca disponibile di MediaCom LAB ha come focus il target dei giovanissimi 10-13 anni, e ha analizzato, in collaborazione con FriendZ, il territorio dei figli finora poco esplorato, attraverso un innovativo sistema di analisi del consumatore.
“Bisognava trovare un modo per dare voce ai giovanissimi: il know-how e l’esperienza di MediaCom e il sistema di dialogo che FriendZ ha costruito con la propria base di partecipanti (circa 200.000 individui) sono stati gli ingredienti per poter giungere ad una maggiore conoscenza dei comportamenti di questo target. Elemento chiave di svolta è stato il supporto e la tutela da parte dei genitori”, spiega Erik Rollini, Managing Director di MediaCom.

La prima grande novità metodologica di questa ricerca sta proprio nella modalità di ingaggio del target: sono gli stessi genitori, infatti, che hanno intervistato i propri figli, compilando insieme a loro il questionario online. È stato così possibile approcciare in modo quantitativo e veloce anche questo target che è notoriamente difficile da raggiungere, facendolo in modo ampio, randomico, divertente e “protetto”.
Tra i vari aspetti analizzati, il principale riguarda l’utilizzo dei device mobili. Emerge che è nel periodo che va tra la quinta elementare e la terza media che inizia a comparire in maniera massiva l’utilizzo di cellulari personali. Lo smartphone è sempre più spesso il regalo per la promozione, la cresima o per altri traguardi chiave che caratterizzano la vita dei giovanissimi.
Per il 70% dei ragazzi intervistati il principale passatempo è guardare video su YouTube, mentre stare con agli amici occupa solo il quinto posto con il 44% delle preferenze.

Favij e Chiara Ferragni sono gli influencers più citati rispettivamente da maschi e femmine, ad indicare una diversa evoluzione di genere: femmine signorine già eleganti e raffinate mentre i maschi perennemente legati al gioco, virtuale però.
La televisione rimane un mezzo molto rilevante per questo target e analizzarne la modalità di fruizione è stato fondamentale per stabilire il coinvolgimento dei giovanissimi verso programmi e canali TV.
Vanità e senso di appartenenza si evincono dalle marche favorite di questa generazione. I brand di abbigliamento preferiti vengono citati spontaneamente: Adidas e Nike su tutti, ma anche H&M, Zara ed OVS per le “pratiche” ragazzine.
I ragazzi 10-13 anni influenzano gli acquisti anche al supermercato. Il 40% sceglie direttamente le cose che più piacciono, mentre gli altri danno ai genitori indicazioni molto precise sulle loro preferenze.

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Nielsen: mercato pubblicità in calo nei primi otto mesi dell’anno

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nielsen agosto 2017

Il mercato degli investimenti pubblicitari in Italia chiude i primi otto mesi dell’anno in calo dell’1,1% rispetto allo stesso periodo del 2016. Se si esclude dalla raccolta web la stima Nielsen sul search e sul social, l’andamento registra una contrazione del 4%. Il singolo mese di agosto si attesta a +0,6% (-3,2% senza search e social).

“Seppur di poco, torna in positivo il mese di agosto 2017, anche se il modesto contributo al mercato, dovuto alla stagionalità, non è sufficiente per riportare il segno + davanti al dato cumulato degli otto mesi”, spiega Alberto Dal Sasso, TAM e AIS Managing Director di Nielsen. “L’autunno dovrebbe confermarsi e consolidarsi in crescita: sarà importante valutarne la portata nel mese di settembre come cartina di tornasole per l’intera stagione”.

Relativamente ai singoli mezzi, la tv chiude gli otto mesi a -3,5%, condizionata da un agosto  negativo (-5,3%), mentre l’andamento della stampa continua a essere in calo: nel singolo mese, i quotidiani e i magazine perdono rispettivamente il 5% e il 6,5%, portando la raccolta nel periodo cumulato gennaio-agosto rispettivamente a -10,5% e -7%. Prosegue invece il buon trend della radio che chiude i primi otto mesi con una crescita del 3,2%, nonostante il -0,3% registrato ad agosto.
Come sempre duplice il dato relativo al B: sulla base delle stime realizzate da Nielsen, la raccolta dell’intero universo advertising chiude in positivo a +6,9%, ma se si escludono il search e il social la cifra è negativa (-1%). Buono l’andamento della GoTV (+12,6%) e del transit (+1,5%) nei primi otto mesi, mentre continua il trend negativo dell’outdoor (-19,1%). Il cinema conferma la sua fase di recupero, attestandosi a -6%. Il direct mail, invece, chiude a -3,5%.

Per quanto riguarda i settori merceologici, se ne segnalano otto in crescita nel periodo cumulato, con un apporto complessivo di circa 45 milioni di euro. Per i primi cinque comparti a livello di quote di mercato, si registrano andamenti differenti: gli investimenti del settore automobilistico si fermano a -0,4%, mentre appare positiva la performance del pharma (+2,8%). Continua invece l’andamento negativo per le telecomunicazioni (-4,7%), gli alimentari (-5,7%) e la distribuzione (-10,1%). Tre settori – elettrodomestici, giochi/articoli scolastici e informatica – crescono a doppia cifra, incrementando gli investimenti rispettivamente del 51,2%, 40,3% e 20,5%, con un apporto complessivo di circa 24 milioni di euro.

“Ci si muove ormai da tre anni tra segnali positivi che derivano dagli indicatori macroeconomici e timori che la ripresa non sia ancora consolidata. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita al +1,5% per quest’anno: +0,2% rispetto alla previsione di luglio e addirittura + 0,7% rispetto ad aprile”, conclude Dal Sasso. “Se dovessimo seguire questi trend, ci aspetteremmo un autunno in buona salute. Il trend del mercato della comunicazione rimane in fase di recupero nel medio periodo, seppur contenuta. Ci confrontiamo, inoltre, con un 2016 a due velocità, caratterizzato da una crescita di quasi 5 punti nel periodo gennaio – agosto (con Europei di calcio e Olimpiadi) che è scesa nell’autunno a +1,4%. A settembre vedremo quasi sicuramente un segno positivo, la cui portata ci indicherà con maggior precisione la chiusura del 2017”.

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I dati Assinform e Confindustria digitale confermano la crescita del mercato digitale italiano

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Crescita mercato digitale

Nel 2016, il mercato digitale italiano (informatica, telecomunicazioni e contenuti) è cresciuto dell’1,8% raggiungendo i 66.100 milioni di euro. Nel primo trimestre dell’anno in corso la crescita ha accelerato, toccando il 2,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e avvalorando le previsioni di crescita per il triennio 2017-2019 (+2,3% a 67.652 milioni di euro nel 2017; + 2,6% a 69.432 milioni di euro nel 2018 e +2,9% a 71.453 milioni di euro del 2019). In uno scenario che conferma una ritrovata vitalità, grazie al ruolo trainante delle componenti più innovative e ad un generale salto di consapevolezza sulle potenzialità del digitale compiuto dal Paese, permangono però criticità cui occorre dare rapida risposta. La prima riguarda il passo della ripresa che, per quanto buono, non basta ancora a colmare il ritardo accumulato e a coinvolgere le tante PMI che animano il nostro tessuto produttivo. La seconda riguarda il gap di specialisti digitali, che rischia di condizionare gli investimenti delle aziende e l’effetto delle politiche di stimolo all’innovazione. Sono queste le principali evidenze del rapporto “Il digitale in Italia 2017”, condotto da Assinform in collaborazione con NetConsulting cube e Nextvalue e presentato alla stampa a Milano e Roma.

“Sino a due anni fa, il nostro paese, per carenza di investimenti in innovazione, correva il rischio di rimanere ai margini dello sviluppo digitale, protagonista dei principali trend dell’economia globale. Oggi possiamo dire che questo scenario si sta sempre più allontanando grazie all’inversione di tendenza degli investimenti in tecnologia che registriamo da due anni a questa parte e che, secondo le nostre stime, continuerà a manifestarsi per almeno i prossimi tre anni” ha affermato il presidente di Assinform Agostino Santoni. “L’impatto dell’innovazione digitale sul business è sempre più rilevante in tutti settori dell’economia italiana. Cloud, Iot, Big data, Mobile Business, Cybersecurity stanno trainando il cambiamento dei modi di produzione, di interazione con clienti e fornitori in filiere sempre più integrate. Stanno cambiando i prodotti e lo scenario competitivo, che vede l’ingresso nei mercati di nuovi operatori e piattaforme digitali che abilitano nuovi servizi”.

Lo studio Assinform non lascia dubbi al riguardo. Il Mercato Digitale Italiano si è rimesso in moto, promettendo tassi di crescita in costante miglioramento almeno sino 2019 sulla spinta dei processi di trasformazione digitale in tutti i principali settori. I tassi di crescita medio annui stimati tra il 2016 e il 2019 sono del 4,4% ogni anno nell’industria (dai 7.044 milioni di euro, +2,4%, del 2016), del 4% nelle banche (dai 6.813 milioni di euro, +3,5%, del 2016), del 4,5% nelle Utility (dai 1.576 milioni di euro, +3,5%, del 2016), del 4,2% nelle Assicurazioni (dai 1.800 milioni di euro, +3,7%, del 2016), del 3,6% nei Trasporti (dai 2.209 milioni di euro, +2,5%, del 2016), del 4,7% nella Distribuzione (dai 3.991 milioni di euro, +3,5%, dei 2016). Tutte dinamiche incoraggianti, che tuttavia trovano meno riscontro nella PA, in cui la spesa in digitale è attesa calare con un tasso di crescita medio annuo di poco meno del 2%, ad eccezione della Sanità, che invece promette un tasso medio annuo di crescita del 3% circa (dai 1.450 milioni di euro, +1,6%, del 2016). Dal punto di vista territoriale aumenta la polarizzazione nel Nord Ovest che contribuisce al 38,3% della spesa digitale complessiva del Paese con una crescita del 2,3% nel 2016.

“Se è una notizia assolutamente positiva per le prospettive di crescita dell’economia italiana che si sia ripreso a investire nel digitale, dobbiamo essere consapevoli che molto resta ancora da fare” ha commentato il presidente di Assinform. “Nel prossimo periodo sarà cruciale consolidare questo trend. Agli sforzi per far sì che la trasformazione digitale coinvolga una platea sempre più ampia di Pmi, oggi ancora troppo ristretta, vanno affiancate iniziative formative a tutti i livelli del sistema d’istruzione e formazione professionale per far fronte alla crescente domanda di competenze digitali e figure professionali specializzate. Questo è un nodo cruciale che va affrontato al più presto e in modo efficace, per evitare che causi ritardi e per creare vere opportunità per i giovani”.

Quello delle competenze digitali, secondo lo Studio Assinform, è un tema di portata strategica. Per il 2016-2018, è stimato un fabbisogno di 85.000 nuovi specialisti, 65.000 dei quali per soggetti di primo impiego, più della metà dei quali laureati e per fabbisogni che possono essere soddisfatti solo in parte. Già ora si manifestano forti criticità per i profili di Data Scientist, Business Analyst, Project Manager, il Security Analyst e altri ancora, necessari per i progetti di Trasformazione Digitale.
Sul fronte della strategia per la Crescita Digitale del Paese si registrano progressi importanti in particolare del sistema PagoPA (15.601 PA aderenti e 11.332 attive) e di quello della Fatturazione Elettronica per la PA, oramai generalizzate e best practice europea. Ma molto resta ancora da fare per accelerare sulla diffusione di SpID (con servizi in crescita, ma a fronte di solo 1,5 milioni di identità digitali rilasciate) e dell’Anagrafe Nazionale della Popolazione. Altro cantiere promettente è il programma Industria 4.0, che incentiva con iper e super ammortamenti le componenti sistemistiche e digitali della nuova automazione industriale, e che già ha cominciato a incidere considerevolmente su un mercato che a fine 2016 ha raggiunto 1.831 milioni di euro (+18,2%). Secondo un’indagine condotta da Assinform presso i fornitori ICT nel primo trimestre del 2017 la domanda di prodotti e soluzioni digitali 4.0 è cresciuta tra il 10% e il 20% e manterrà una dinamica sostenuta per l’intero anno.

“La digitalizzazione , Industria 4.0, non sono solo iniziative tecnologiche” ha detto il presidente di Confindustria Digitale Elio Catania intervenendo alla conferenza stampa. “Stiamo ridisegnando l’economia italiana, la sua competitività, la sua capacità di crescere. Industria 4.0 è un grande progetto-paese, per il quale va dato atto alla collaborazione fra Governo e sistema delle imprese. E’ una grande sfida che ci accompagnerà per molti anni, su cui l’impegno di tutti deve andare ben oltre il 2018. La leggera ripresa degli investimenti nel digitale testimonia che le imprese hanno iniziato a capire l’importanza dell’innovazione e a muoversi. La strada è giusta, ma siamo solo agli inizi. Per chiudere il gap d’innovazione accumulato rispetto agli altri paesi, dobbiamo puntare a un raddoppio degli investimenti entro i prossimi cinque anni. Per questo abbiamo bisogno, oggi più che mai, oltre che all’impegno delle imprese, di un’amministrazione pubblica in grado di essere motore dell’innovazione, non freno. I piani di digitalizzazione della Pa sono sul tappeto da tempo, ma la loro attuazione è troppo, troppo lenta. Il punto chiave su cui bisogna concentrarsi è sulla trasformazione dei processi, cruciale per una spending review efficace e per dare qualità ai servizi verso i cittadini e le imprese. Ci aspettiamo, perciò, che si dia vita a una mobilitazione politica e di leadership per la Pa 4.0, al pari e con la stessa determinazione con cui Governo e sistema confindustriale stanno spingendo l’attuazione di Industria 4.0”.

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Gli italiani e la pubblicità, apprezzate le famiglie non tradizionali: la ricerca Nielsen

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Nielsen famiglie non tradizionali

Il 38% degli italiani ritiene importante che i messaggi pubblicitari e il packaging dei prodotti mostrino famiglie moderne e/o non tradizionali (genitori single, famiglie omogenitoriali, coppie miste dal punto di vista etnico, etc). Si tratta di un dato superiore alla media europea, ferma al 32% e alla generale opinione sul tema diffusa nei principali Paesi dell’Europa Occidentale. In Francia e Germania, infatti, la percentuale si attesta al 33%. Inoltre, il 31% degli italiani ritiene importante che le campagne di advertising e le confezioni dei prodotti rappresentino orientamenti e identità sessuali diverse (omosessuali, transgender, etc). La media europea scende in questo caso al 26%, influenzata negativamente da Paesi più conservatori come la Russia, la Turchia e gli Stati dell’ex URSS. I dati emergono dalla Global Survey Women & Diversity di Nielsen condotta su un campione di oltre 31.000 individui in 63 paesi, tra i quali l’Italia.

“Le modalità con cui il gender viene comunicato attraverso la pubblicità, definite gender displays dal sociologo americano Erving Goffman, riflettono le tendenze riscontrabili all’interno della società” ha dichiarato Giovanni Fantasia, Amministratore Delegato di Nielsen Italia. “Oggi siamo continuamente esposti a messaggi pubblicitari: per raccontare con successo una storia occorre una conoscenza a 360 gradi dei target di una campagna e più in generale di una comunicazione. Il messaggio diventa tanto efficace quanto chi comunica sta dalla parte del consumatore, parla il suo stesso linguaggio e mostra abitudini e più in generale una quotidianità vissuta. Ciò che emerge dalla nostra ricerca è quindi un desiderio comune a tutto il mondo industrializzato di vedere comunicazioni commerciali più inclusive, dove la diversità non sia nascosta o rappresentata come un ostacolo”.

Non sono solo gli orientamenti sessuali e le identità di genere a trovare il favore degli italiani davanti a uno spot o a una pagina pubblicitaria su un quotidiano. Secondo l’indagine Nielsen, la perfezione del fotoritocco, caratteristica delle campagne adv di qualche anno fa, lascia oggi spazio alla rappresentazione della realtà. Per circa 4 italiani su 10, lo stereotipo dell’individuo giovane, atletico e di bella presenza non è più ciò che si vorrebbe trovare oggi in una pubblicità. Più in generale, il 40% degli italiani si dichiara d’accordo con l’opinione che le comunicazioni commerciali dovrebbero mostrare più spesso persone con tipi di corporatura diversi (sovrappeso, sottopeso, etc.). Inoltre, la stessa percentuale di intervistati in Italia è d’accordo nel dare spazio anche a persone più anziane. Il 39% è invece favorevole alla presenza di persone con background, culture ed etnie diverse. Ampia anche la percentuale (39%) di chi condivide l’idea che persone con diverse abilità fisiche e/o mentali (udito, vista, mobilità, parola, ragionamento, etc.) debbano essere maggiormente rappresentate nelle pubblicità e sui packaging. Nel confronto tra i dati italiani e il panorama europeo occidentale, la Spagna sembra essere il Paese più aperto verso le diversità di genere e di orientamento sessuale (43%) e le rappresentazioni di famiglie non tradizionali (48%). Oltreoceano, gli Stati Uniti si confermano il Paese più “liberale” da questo punto di vista, rispettivamente con 40% e 48% di americani favorevoli a queste due rappresentazioni nelle pubblicità.

Tornando all’Italia, la ricerca di Nielsen affronta anche il tema dell’apprezzamento di comunicazioni commerciali più inclusive all’interno delle diverse generazioni. Tra i teenager della cosiddetta Generazione Z (nati dalla fine degli anni ‘90), il 43% è favorevole alle pubblicità che mostrano famiglie non tradizionali e persone con orientamenti sessuali e identità di sesso diverse. Più basso il dato relativo ai Millennial (nati tra l’inizio degli anni ‘80 e la fine degli anni ‘90): all’interno di questa categoria, il 37% apprezza pubblicità in cui appaiono famiglie non tradizionali e il 34% quelle in cui sono presenti persone con orientamenti sessuali e identità di sesso differenti. Diverso il discorso per la sensibilità al tema dei canoni estetici. Da questo punto di vista emerge una preferenza maggiore da parte dei Millennial. Il 41% di questi ultimi apprezza la diffusione di messaggi in cui compaiono persone con corporature diverse. Meno sensibili a questo tema invece i giovanissimi della Generazione Z, che apprezzano questo tipo di messaggio nel 36% dei casi. I Baby Boomer (nati tra la metà degli anni ‘40 e la metà degli anni ‘60) sono più sensibili all’aspetto della senilità e della disabilità: il 45% di questi vorrebbe vedere rappresentate persone più anziane e il 42% gradisce messaggi pubblicitari in cui sono presenti anche protagonisti diversamente abili.

L’atteggiamento favorevole ad aumentare le rappresentazioni delle famiglie non tradizionali in pubblicità e sulle confezioni si traduce anche nei comportamenti d’acquisto. Dalla ricerca emerge che circa 1 italiano su 2 è più propenso ad acquistare marche pubblicizzate attraverso comunicazioni attente al tema della diversity. Nel dettaglio, per il 48% degli intervistati le pubblicità/confezioni che mostrano persone con abilità fisiche/mentali diverse hanno un impatto positivo sull’acquisto della relativa marca comunicata. Il dato sale al 62% se all’interno del campione intervistato si considerano solo i Millennial. In questa fascia d’età l’apprezzamento delle pubblicità/confezioni che sottolineano diversità di genere si evidenzia nel 60% dei casi (media totale campione 47%). Infine, il 46% degli italiani si dichiara propenso ad acquistare un brand che viene comunicato attraverso pubblicità e packaging in cui compaiono persone di background, culture ed etnie diverse (Millennial 55%). “La nostra ricerca” conclude Fantasia, “offre nuovi spunti per targettizzare ancora meglio le campagne e raggiungere con efficacia i clienti. L’attenzione alle differenze di genere rientra in un più ampio raggio d’azione, che mette al centro dell’advertising l’individuo con le sue inesauribili esigenze. La massimizzazione del ROI dell’advertising non può prescindere da questi aspetti”.

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Entertainment&Media, il mercato crescerà del 4,2% al 2021: i risultati della ricerca PwC

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Entertainment & Media Outlook PwC

Per prosperare in un mercato sempre più competitivo, affollato e caratterizzato da bassi tassi di crescita, le aziende del settore Entertainment & Media (E&M) dovranno sviluppare efficaci strategie e soluzioni per coinvolgere e monetizzare i loro utenti più fedeli e appassionati: in altre parole, i loro fan. Secondo le previsioni di PwC pubblicate nel rapporto Global Entertainment & Media Outlook 2017-2021, le aziende devono essere in grado di combinare contenuti coinvolgenti con un’ampia e profonda capacità di distribuzione, connettendo questi asset con una user experience altamente interattiva, dove il contenuto risulta facilmente fruibile su un’ampia varietà di piattaforme e device ad un prezzo competitivo. Lo studio, giunto alla 18esima edizione, rappresenta un’analisi complessiva circa l’evoluzione della spesa nel settore, raccogliendo le previsioni al 2021 sull’andamento in 54 paesi dei 17 principali segmenti: libri, business-to-business, cinema, data consumption, e-sports, accesso ad Internet, pubblicità online, video online, periodici, musica, quotidiani, pubblicità out-of-home, radio, TV e home video, pubblicità televisiva, videogames, realtà virtuale.

Le innovazioni della tecnologia orientano le strategie direct-to-consumer
Mentre le aziende del settore competono per sviluppare user experience sempre più coinvolgenti, anche gli investimenti in tecnologia sono al centro delle loro strategie. Oltre a migliorare l’esperienza di fruizione dei propri servizi, le aziende possono sfruttare le nuove tecnologie ed i dati raccolti per creare un circolo virtuoso, in cui l’incremento dell’interazione e dell’interesse del consumatore consenta di raccogliere sempre più dati e informazioni su ciò che gli utenti desiderano. Grazie alla maggiore comprensione delle abitudini e delle esigenze degli utenti, le aziende potranno migliorare la loro offerta, coinvolgendo il loro target di riferimento e creando nuove opportunità per generare ricavi. A tale scopo, si stanno diffondendo modelli di business basati su strategie direct-to-consumer (D2C), abilitate dalla tecnologia e caratterizzate da una maggiore possibilità di scelta e controllo da parte degli utenti: nei prossimi cinque anni, svela l’Entertainment & Media Outlook i segmenti Internet video e music streaming cresceranno ad un CAGR, rispettivamente, dell’11,6% e del 20,7%…

 

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AZIENDE

Buona la presenza online delle maggiori aziende vinicole. Manca l’eCommerce diretto

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aziende vinicole

FleishmanHillard ha presentato oggi la quarta edizione della ricerca che ha analizzato, nel mese di aprile 2017, la presenza e le attività online delle prime 32 aziende vinicole italiane per fatturato secondo l’ultima indagine Mediobanca.
La ricerca ha evidenziato, tra le novità principali, come ben il 53% delle aziende abbia dedicato attenzione sul proprio sito al tema dei vitigni autoctoni nell’ambito della valorizzazione del territorio: le cantine che legano la comunicazione dei propri prodotti alle specificità del luogo d’appartenenza salgono quest’anno al 75% (+22% rispetto a 2016). Altro aspetto degno di nota è che oggi il 37,5% delle aziende prese in esame parla di sostenibilità.
Inoltre, all’interno di uno scenario social in costante evoluzione, da segnalare un forte aumento dell’utilizzo di Instagram (+23%) e Wikipedia (presidiata dal 37,5% contro l’11,5% del 2016). Ancora da esplorare l’integrazione di chat per favorire conversazioni real time sui siti, l’e-commerce proprietario, infine, è utilizzato da pochissimi (3 su 32).
Per l’edizione 2017 si conferma sul gradino più alto del podio Frescobaldi, seguita da P. Antinori al secondo posto, Masi Agricola stabile al terzo, Cavit Cantina Agricoltori in quarta posizione mentre Mezzacorona chiude la top 5.

Alcuni elementi di questa comunicazione sono evidentemente positivi: dal punto di vista quantitativo, l’analisi sui social media conferma Facebook come tool più utilizzato dalle aziende vinicole (25 su 32) seguito da YouTube (20 su 32), Instagram (17 su 32) e Twitter (16 su 32).
In aumento anche il numero delle “voci” di Wikipedia, crescono le aziende che hanno migliorato la propria visibilità SERP (Search Engine Results Page) grazie ad una pagina dedicata alla propria storia, ai prodotti e al territorio (37,5%, contro l’11,5% del 2016).
Più contrastato l’esame “eCommerce”: la quasi totalità delle aziende (31 su 32) presenta siti in almeno due lingue, tipicamente italiano e inglese, mentre un’azienda su tre anche in tedesco, cinese fermo a 2 su 32. Peggiorano anche il numero di “link-in” (siti esterni che rimandano al website aziendale) e Page-Rank, evidenziando ancora ampi margini per il miglioramento dei siti in ottica SEO (Search Engine Optimization).

Ancora fermo, infine, l’e-commerce diretto: solo 3 aziende su 32 hanno adottato piattaforme di vendita sul proprio sito. “L’analisi 2017 ci conferma un trend di digitalizzazione del settore attraverso un presidio quantitativo importante delle principali piattaforme e con una frequenza di aggiornamento in lenta ma constante crescita. Le aziende preferiscono utilizzare video e immagini per raccontare prodotti e territorio, con una particolare attenzione su vitigni autoctoni e sostenibilità, argomenti che diventano sempre più rilevanti per comunicare il vino italiano nel mercato domestico e nel mondo”, spiega afferma Massimo Moriconi General Manager & Partner di FleishmanHillard Italia. “L’e-commerce viene esternalizzato e affidato a intermediari, portali dedicati oppure online shop specializzati. Questo trend rappresenta sia un’opportunità sia una minaccia secondo la maturità dei mercati. In quelli più maturi come gli Stati Uniti, l’e-commerce potrebbe ridurre alcuni prodotti a mere commodity poiché l’acquisto sarà guidato solo dal prezzo e non anche dal valore della marca e del territorio. In mercati emergenti come la Cina invece si delinea un ruolo rilevante per i portali e-commerce più conosciuti in loco. In questo contesto è auspicabile che le cantine continuino a educare il consumatore sul valore dei prodotti associati alla cultura del territorio, facendo leva sulle opportunità di dialogo che offre il digitale e creando contenuti su percorsi esperienziali. La velocità del ritorno sugli investimenti è legata alla maturità dei diversi mercati e alla capacità di fare sistema”.

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Take your cat to the vet: la campagna di Royal Canin per sensibilizzare i padroni dei pet

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Royal Canin

Royal Canin, una campagna per sensibilizzare i padroni di animali sull’importanza del portare i propri pet dal medico veterinario di fiducia. Nasce così “Take your cat to the vet“, campagna del brand che parte dall’indagine “La propensione degli italiani a portare cani e gatti dal Medico Veterinario” commissionata da Royal Canin alla società di ricerca Squadrati. Secondo i risultati di questa indagine i proprietari di gatti sarebbero quelli più disattenti nei confronti della visita veterinaria: il 24% di chi ha un gatto ha infatti dichiarato di non aver mai portato il proprio amico a 4 zampe dal Medico Veterinario negli ultimi 12 mesi (rispetto al 10% dei proprietari di cani).

Una tendenza nei proprietari di gatti che viene confermata anche dalla frequenza delle visite di controllo periodiche dal Medico Veterinario: in media i proprietari italiani portano i propri pet dal Veterinario 1,9 volte l’anno, ma i valori si contraggono se si focalizza l’attenzione solo sui gatti (1,4 volte l’anno per i gatti vs 2,2 volte per i cani). Per i gatti, inoltre, si assiste ad una decrescita nella frequenza della visita veterinaria di controllo man mano che l’età aumenta, con un picco nella fascia dai 7 ai 12 anni. Oltre i 12 anni invece si ha una maggiore periodicità nella frequenza della visita di controllo veterinaria, legata probabilmente ad una manifestazione più visibile dei problemi legati all’età. “La Medicina Preventiva Veterinaria gioca un ruolo fondamentale per la salute di cani e gatti. Il controllo periodico, infatti, dei principali fattori di rischio, aiuta a garantire una gestione veterinaria e nutrizionale ottimale dell’animale, assicurandogli, di conseguenza, benessere e una maggiore aspettativa di vita” afferma Sabrina Cavicchioli, Vet Pillar Head di Royal Canin Italia.

“Per i gatti, inoltre, la visita veterinaria è particolarmente importante dai 7 anni di età quando iniziano a manifestarsi i primi effetti dell’invecchiamento, come ad esempio, il rallentamento del rinnovo cellulare, un maggior tempo dedicato al sonno ed un aumento di peso corporeo, segni che non sono sempre immediatamente visibili o collegabili ad un cambiamento del pet” precisa Sabrina Cavicchioli, Vet Pillar Head di Royal Canin Italia. Nonostante i proprietari di gatti si siano dimostrati particolarmente attenti nei confronti della scelta dell’alimentazione, tendono, al contrario, a sottovalutare l’importanza della Medicina Preventiva Veterinaria, soprattutto con l’aumentare dell’età del proprio pet. In particolare questa tendenza viene attribuita a due fattori principali (Veterinary Focus Volume 24 n.3 2014):
– La convinzione diffusa che i gatti abbiano meno necessità di assistenza veterinaria rispetto ai cani;
– Esperienze pregresse poco piacevoli: il gatto tende, più del cane, ad esprimere forme di stress evidenti nei confronti della visita veterinaria. Pertanto i proprietari di gatti sono portati ad associare il controllo dal Medico Veterinario ad un’esperienza poco piacevole per il proprio animale.

“Con la Campagna “Take your cat to the vet”, vogliamo sensibilizzare i proprietari di pet, ma soprattutto di gatti, all’importanza della Medicina Preventiva Veterinaria e supportare i Medici Veterinari nella specializzazione dei servizi da loro offerti per la popolazione felina” afferma Fabrice Ribourg, General Manager di Royal Canin Italia. “I gatti, infatti, da un punto di vista veterinario, rappresentano una sfida: richiedono una gestione diversa, locali e attrezzature adeguate e conoscenze tecniche specifiche. Per questi motivi, in Europa, molte cliniche veterinarie hanno adattato le loro sedi, formato il personale e implementato i protocolli, in modo da soddisfare al meglio le esigenze veterinarie della popolazione felina, sempre più in aumento”. La Campagna di sensibilizzazione Royal Canin “Take your cat to the vet” coinvolgerà, da aprile, 5.000 ambulatori veterinari in tutta Italia, in cui verranno distribuiti materiali informativi, quali la “Guida del gatto” e i 10 consigli utili per rendere piacevole il trasporto del gatto in clinica, che i Medici Veterinari potranno consegnare ai proprietari di gatti per far comprendere l’importanza della visita veterinaria periodica per il benessere dei loro amici a 4 zampe e per supportarli nell’affrontare al meglio l’esperienza della visita veterinaria.

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Il brand ecosystem, dai bot all’integrazione uomo-macchina, nel seminario Kantar-Chorally

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Brand Ecosystem

Un sistema integrato, allineato e consistente di touchpoint per connettersi con il cliente ed ingaggiarlo. Grazie alla tecnologia, i brand possono oggi offrire experience sempre più coinvolgenti ed efficaci se costruite e gestite in modalità client-centrica. Attivare i punti di contatto, misurarne le performance per ottimizzare l’engagement è dunque il processo iterativo che permette di costruire, dai touchpoint online al Contact Center, dal punto vendita a tutte le attività di comunicazione tradizionale, un “sistema brand” più compatto e distintivo, semplificando la vita alle aziende e soprattutto ai clienti, rendendoli sempre più felici. Se ne è parlato al Seminar “Brand Ecosystem: connect, measure, engage” organizzato a Milano da Chorally, piattaforma di engagement center ibrido umani/BOT ed Herzum, azienda di consulenza internazionale specializzata in Digital Transformation insieme a Kantar TNS, parte di Kantar, che raccoglie le agenzie di data management ed insight nel gruppo WPP.

Il Customer Journey è cambiato drammaticamente in questi anni: i consumatori mostrano un proprio utilizzo della rete, secondo abitudini ed occasioni più vicine ad ognuno di loro. La diversità di obiettivo sollecita touchpoint con molteplicità di ruolo. “I touchpoint digitali, per esempio” ha aperto Eugenio Tavolaro, COO Kantar TNS, “sono preferiti ai tradizionali sia per ricercare informazioni su un Brand (rispettivamente 55% vs 17% dei touchpoint tradizionali) sia per fare domande al Brand stesso (36% online channel vs 24% tradizionali), secondo i dati di Connected Life*, lo studio globale di Kantar TNS sull’impatto della connettività nella nostra vita, Con la crescita delle app di messaggistica istantanea poi, l’attesa in termini di riscontro è sempre più alta. Per il consumatore, infatti, sempre più abituato alle modalità di comunicazione online, è naturale attivare la relazione con il Brand attraverso canali digitali“. Non sempre la molteplicità di touchpoint è allineata nell’offrire brand experience coerenti e distintive al Cliente. “Touchpoint integrati, e non gestiti per silos, offrono all’azienda l’opportunità di disporre di un sistema organico che opera tutto nella stessa direzione, evitando di disperdere sforzi” ha commentato Walter Caccia, Head of Brand Kantar TNS. “Ma purtroppo un consumatore su tre ha la sensazione di ricevere un livello di servizio diverso tra canali online e offline (Fonte Kantar TNS Connected Life). Ed i più giovani sono i più attenti: esperti del web, sono “impazienti” e si attendono modelli online rispondenti alle più recenti soluzioni tecnologiche, tonality corrette, regole d’ingaggio adeguate al canale”…

 

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Come superare il relevance gap: i risultati della ricerca Quantcast

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Quantcast Relevance Gap

Secondo alcuni rumor di mercato, brand ed investitori non credono più nella forza del digital display advertising. Una dichiarazione molto forte per un settore che annualmente investe miliardi in questo canale pubblicitario e che non ha lasciato indifferente Quantcast: la società americana ha voluto scoprire da cosa deriva questa mancanza di fiducia, questa relevance gap, come i consumatori considerano la pubblicità digitale e ciò che conta davvero per loro quando si tratta di ricevere annunci online. Sembra infatti che uno dei motivi principali per cui i marketer abbiano iniziato a dubitare di questo canale pubblicitario sia la mancanza di rilevanza dell’annuncio e quindi l’insoddisfazione dei consumatori nel ricevere pubblicità non in linea con le loro aspettative e le loro esigenze specifiche.

Secondo una ricerca commissionata da Quantcast e condotta da Brunswick Group, una società di consulenza globale, da marzo a maggio 2016, su 7.000 consumatori digitali tra Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Italia, Germania, Norvegia e Svezia, il 66% degli utenti considera la maggior parte degli annunci adv non importanti e significativi. Un dato che evidenzia in modo netto quello che viene definito come “relevance gap” ossia la forte disparità tra ciò che i consumatori desiderano e quello che in realtà ricevono. Non colmare questo divario per brand ed investitori significa non solo diminuire la loro reputazione e autorevolezza, ma anche perdere la fiducia del consumatore e la chiara possibilità che questi traduca la visualizzazione dell’annuncio in una vera e propria conversione.  Dai risultati emerge infatti che l’opportunità di compiere azioni concrete e positive come richiedere maggiori informazioni, generare una lead o procedere con l’acquisto è 4 volte superiore per chi entra in contatto con pubblicità davvero rilevanti come offerte personalizzate (78%), notifiche su eventi locali (67%) o relative al comportamento online (66%). L’84% degli intervistati dichiara di apprezzare pubblicità affini ai propri interessi e il 50% afferma che sono proprio questi annunci a indurlo alla ricerca di ulteriori notizie sul brand stesso.

Altri interessanti insight evidenziano comunque anche un cambiamento da parte degli utenti nei confronti dell’advertising digitale. La maggior parte degli user sembra infatti aver capito che fornire un accesso anonimo alla propria cronologia permette agli editori di erogare pubblicità display più rilevanti e coerenti con i loro interessi. Questa nuova consapevolezza del consumatore ha determinato una maggior predisposizione alla pubblicità che però deve avere come prerogativa indispensabile la rilevanza.
Ecco in sintesi tre consigli chiave per colmare il cosiddetto relevance gap:
1. Sfidare i partner pubblicitari ad andare oltre lo status quo dei dati demografici di base
2. Dare priorità a informazioni rilevanti per il consumatore
3. Puntare su annunci statici e semplici

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Coalition for Better Ads, la ricerca svela i formati adv preferiti dagli utenti

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Coalition for Bettere Ads

La Coalition for Better Ads ha presentato oggi i risultati di una ricerca che ha analizzato le preferenze di circa 25.000 utenti di diversi mercati (USA e alcuni paesi europei) in relazione alla fruizione di formati pubblicitari desktop e mobile. Obiettivo di questo importante studio è fornire all’intero ecosistema dell’advertising digitale uno strumento utile per orientare le scelte dei prodotti pubblicitari e delle modalità di erogazione degli stessi, al fine di garantire agli utenti una migliore fruizione pubblicitaria e allontanare così il rischio del ricorso agli strumenti di adblocking.

Ai 25.000 utenti sono stati sottoposti 104 differenti combinazioni di formati pubblicitari inseriti all’interno della loro navigazione su siti web, da desktop e da dispositivi mobili. La misurazione delle risposte degli utenti in relazione a diversi parametri legati alla qualità percepita della “advertising experience”, ha portato a costruire una mappa di gradimento, o meglio di “fastidio” della componente pubblicitaria. Secondo i feedback ricevuti da Coalition for Better Ads, è emerso che 6 formati per desktop (pop-up, auto-play video with sound, prestitial with countdown, large sticky ads) e 12 formati per mobile (pop-up, ad density higher than 30%, flashing animated ads, auto-play video with sound, prestitial, postitial with countdown, full screen scrollover e large sticky ads) sono percepiti come eccessivamente invasivi. Mediamente ritenuti peggiorativi dell’esperienza utente, questi formati sono considerati al di sotto della soglia di accettabilità e sono di fatto quelli più fortemente correlati al ricorso a strumenti di ad blocking. È inoltre risultato che il ritardo nel caricamento dei contenuti adv, con conseguente rallentamento della navigazione, svolge un ruolo determinante per la consumer experience. Iab italia fin dall’inizio ha lavorato e sta lavorando a fianco di Iab Tech Lab e della Coalition stessa, per testare i formati del nuovo ad portfolio e per la definizione di nuovi standard. La questione sta molto a cuore a Iab Italia: il fenomeno ad blocking ha allarmato tutto il mercato e infatti nel maggio 2016, insieme alle altre associazioni del mercato italiano, Iab ha condotto una ricerca per tenerlo sotto osservazione. La seconda wave, condotta a sei mesi di distanza dalla precedente, ha mostrato un fenomeno del tutto stabile, ma che continua a essere monitorato.

“Noi rappresentiamo il mercato dell’advertising digitale e, quindi, conosciamo bene il delicato equilibrio su cui si basa il patto pubblicitario, che garantisce agli utenti contenuti gratuiti e di qualità a fronte della disponibilità ad ‘accettare’ messaggi pubblicitari possibilmente altrettanto qualitativi“ ha commentato Daniele Sesini, Direttore Generale di Iab Italia e coordinatore della Task Force italiana del New Ad Portfolio. “Riteniamo che alcune tipologie di pubblicità debbano per definizione essere almeno un po’ “interruttive” e “distraenti”: anche se per ovvie ragioni sta crescendo il mercato del native advertising e del branded content (che infatti è oggetto del nostro prossimo seminar), questo non significa che l’interruptive marketing sia morto. Immaginiamo quanto potrebbe valere il mercato televisivo senza gli spot che interrompono il flusso del palinsesto. Crediamo quindi che le indicazioni che ci vengono dai consumatori siano essenziali e preziose per guidare al meglio il processo di planning pubblicitario, che vuole essere sempre rispettoso dell’utente, il meno invasivo possibile, mai noioso, ma anzi auspicabilmente in grado di distrarre piacevolmente l’esperienza dell’utente, informando, divertendo e intrattenendo.
Il ruolo di associazioni come la nostra e come la Coalition deve essere proprio quello di aiutare il mercato a trovare delle regole ‘giuste’ che tutelino il consumatore ma che ovviamente allo stesso tempo sostengano la crescita del mercato stesso.
Tutto ciò avviene regolarmente su un mercato più consolidato come quello televisivo, ben regolamentato per esempio in termini di affollamento. Il web ha una chance in più, visto che consente di controllare i parametri di erogazione, e quindi nell’utilizzo intelligente del limite di frequenza c’è probabilmente la soluzione, che rende accettabile il mantenimento di alcuni dei formati più invasivi, purché gestiti in modo opportuno. E non dimentichiamoci che la creatività gioca sempre un ruolo fondamentale, e che la percezione dell’utente sarà tanto più favorevole quanto più saremo in grado di erogare, grazie anche a un planning ‘sapiente’, formati rispettosi ma rilevanti e di impatto, in grado di catturare l’attenzione dell’utente e trasmettere esperienze positive”.

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Mobile Payment, è un boom internazionale: i dati presentati dal Politecnico di Milano

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Mobile Payment

Il mobile payment & commerce conquisterà il mondo? Sembra proprio di sì, viste le prodigiose premesse che il mercato sta acquisendo in questi ultimi anni. Già solo in Italia il mercato è molto promettente, visti i numeri in continua crescita che stanno portando il nostro paese, se non a livello dei migliori in Europa e nel mondo, quanto meno nella “fascia alta”; ma basta spostare lo sguardo un po’ più in là per scoprire mercati assolutamente dominati da questo mercato. Soprattutto la Cina, paese verso cui si è concentrato lo sguardo del Politecnico di Milano nella sua ultima edizione dell’ Osservatorio Mobile Payment & Commerce, presentato questa mattina alla sede di Bovisa del famoso ateneo italiano. Attraverso le parole di Pietro Candela e Andrea Ghizzoni, rispettivamente Business Development di Alipay Italia e Europe Director di Tencent, la Cina ha dimostrato tutta la sua potenza di fuoco nell’ambito dei pagamenti digitali, settore in cui è senza ombra di dubbio all’avanguardia a livello globale.

I dati
“Nel 2016 i pagamenti digitali con carta in Italia sono cresciuti del 9%, raggiungendo i 190 miliardi di euro, pari al 24% dei consumi delle famiglie italiane. Assistiamo a una svolta nell’approccio da parte dei consumatori e degli esercenti. I possessori di carte contactless hanno acquisito maggior consapevolezza dello strumento che hanno nel portafoglio (in precedenza molti non sapevano nemmeno che la propria carta fosse contactless) e gli esercenti (soprattutto nelle grandi catene) hanno orientato il POS verso il cliente, permettendogli di avvicinare la carta in autonomia generando un effetto trascinamento: vedere compiere sempre più spesso compiere il gesto di avvicinare la carta e velocizzare il pagamento genera infatti la curiosità di testare quella modalità in prima persona” racconta Valeria Portale, Direttore dell’Osservatorio Mobile Payment & Commerce. “Ancora una volta, questa crescita è ampiamente riconducibile ai New Digital Payment – le modalità più innovative di pagamento digitale – che complessivamente superano i 30 miliardi di euro (+51% rispetto al 2015) e valgono ormai il 16% del totale dei pagamenti digitali con carta (nel 2015 erano il 12%). Nel 2016, i New Digital Payment hanno dimostrato di essere il motore in grado di avvicinare gli italiani ai pagamenti elettronici in sostituzione del contante. Tale crescita proseguirà nei prossimi anni (raggiungendo nel 2019 i 100 miliardi di euro, pari al 44% del totale dei pagamenti digitali), andrà a sostituire gli Old Digital Payment e, soprattutto, allargherà la quota dei Digital Payment rispetto a strumenti di pagamenti più inefficienti come il contante”. Tutto questo sottolinea, appunto, come il mercato italiano nel 2016, dietro alla calma apparente, ha registrato segnali incoraggianti: finalmente gli esercenti italiani mostrano maggior interesse ad accettare i pagamenti con il cellulare e i consumatori appaiono sempre più incuriositi dalle opportunità offerte.

 

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Italia, in 5 anni raddoppiati gli smartphone users: il focus Google e Kantar TNS

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Smartphone

L’adozione degli smartphone è più che raddoppiata in soli cinque anni a livello globale. È quanto emerge da un nuovo report commissionato da Google a Kantar TNS, che raccoglie i risultati di 625.000 interviste in tutto il mondo sulle nuove abitudini dei consumatori. Da una valutazione fatta su 40 paesi diversi, nel 2012 chi aveva accesso a uno di questi device era una persona su tre. Cinque anni dopo, questo numero è salito addirittura al 70%. Oggi per esempio in Italia, il 70% delle persone possiede uno smartphone, contro il 28% del 2012, con un aumento complessivo del +42%.
Come sono cambiate le nostre abitudini in soli cinque anni? Dall’uso delle mappe alla ricerca di una notizia, una delle trasformazioni più evidenti è sicuramente il modo di accedere alle informazioni. Gli smartphone ci permettono di trovare risposte in modo molto semplice e immediato, con tempi di attesa sempre più brevi. Una persona su quattro nel mondo possiede e utilizza sia questi device, che tablet e computer. Il 58% degli utenti internet va online mentre guarda la TV. Il 51% degli utenti internet usa un motore di ricerca da smartphone almeno una volta a settimana.

 

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BRAND STRATEGY

Il customer engagement e le sue variabili: la conferenza Affinion e Oxforf Brooks University

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Il customer engagement e le sue variabili nella ricerca Affinion e Oxforf Brooks University

Cosa guida il customer engagement al giorno d’oggi? La logica o l’emozione? Uno snodo non facile da comprendere, soprattutto in relazione alla funzione dei touchpoint offerti al pubblico. Sono questi i principali temi che Affinion, leader mondiale nella fornitura di soluzioni di Customer Engagement, ha voluto affrontare alla presenza di un gruppo di manager di aziende italiane e multinazionali. L’evento, nato con l’obiettivo di approfondire quanto emerso dalla ricerca realizzata da Affinion a livello globale in collaborazione con Oxford Brooks University, che ha disegnato l’identikit del cliente fedele in ambito retail, bancario e delle telecomunicazioni, si è avvalso della preziosa presenza di Cristina Ziliani, Professore di marketing dell’Università di Parma e Responsabile scientifico dell’Osservatorio Fedeltà.

Il dibattito, partito proprio dalla ricerca Affinion, ha sottolineato come – a seconda del numero, della tipologia e della frequenza delle interazioni che un cliente ha con un’azienda – la sua relazione si trasforma, incrementando così l’indice di Customer Engagement (CEi). I clienti che usufruiscono di prodotti aggiuntivi rispetto al prodotto core, hanno punteggi di engagement superiori alla media (CEi+9%/ CEi +13%). “Più il brand è vicino alla vita dei clienti, più alta è la possibilità di ingaggiarli. Hanno infatti maggiore impatto i prodotti che migliorano la vita di tutti I giorni dei clienti” – ha dichiarato Antonio di Salvo – Country Manager di Affinion in Italia, che aggiunge: “Oggi più che mai è importante offrire al cliente qualcosa che lavori sul suo sistema emotivo perché le emozioni sono un driver straordinario. Le soluzioni pensate per garantire la tranquillità, la sicurezza e ridurre la complessità delle incombenze quotidiane, sono quelle che il cliente sembra apprezzare di più e dunque quelle che possono significativamente contribuire ad incrementare il livello di engagement”.

Sullo stesso tema Cristina Ziliani riferisce che dall’indagine condotta dall’Osservatorio Fedeltà UniPR in collaborazione con Nielsen sui consumatori italiani retail, Banking e telefonia emerge che: “Se il consumatore ha un’esperienza positiva con i touchpoint dell’azienda, la sua disponibilità a fare advocacy, ovvero a raccomandare l’azienda a familiari e conoscenti, può crescere tra l’11% e il 24%, la sua apertura a condividere i propri dati personali tra il 14% e il 26%, mentre l’intenzione di rimanere fedeli sale tra il 12% e il 14%. Nel corso dell’evento non sono mancati interessanti spunti di riflessione su come le aziende vivono ed interpretano il concetto di Customer Experience e come, sempre più, ci sia bisogno di sviluppare competenza per la sua gestione.  Anche in questo caso, i touchpoint giocano un ruolo fondamentale: “Da una recente indagine condotta dall’Osservatorio Fedeltà sulle imprese italiane emerge che fare Customer Experience Management e gestire strategicamente i touchpoint ha una correlazione positiva e significativa con la performance aziendale in termini di fatturato, marginalità e performance complessiva” conclude Ziliani.

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