BRAND STRATEGY

“The Neverending Journey”: percorsi di marche e consumatori sotto esame

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consumatori

Questa mattina si è tenuto, presso l’Aula Magna Carassi e Dadda del Politecnico di Milano, al Campus Bovisa, l’incontro “The neverending journey: percorsi di brand e consumatori”, organizzato con la collaborazione del Gruppo Publicis.
Ha aperto i lavori l’intervento di Luca Cavalli, Chief Growth Officer di Publicis Groupe, che ha rilevato come l’effetto Wikipedia informi il nostro modo di muoverci in rete “i touch point sono aumentati del 50% negli ultimi due anni”, ha sottolineato, “ma per il 79% non producono conversione all’acquisto”. Come accade per i viaggi, ha proseguito, sempre più il consumatore cerca valore nell’esperienza: “due decisioni d’acquisto su tre, secondo KPMG, sono basate su un quality journey, non tanto sul consumer journey”.

Stiamo andando verso la Reputation Economy: i brand non hanno il diritto all’oblio come le persone, di conseguenza dallo Zero Moment of Truth, di P&G che nel 2011 vedeva il consumatore di fronte allo scaffale, ci stiamo spostando verso gli Infinite Moments of Truth, costruiti dalla pletora di micromenti in cui la marca è ed è stata in contatto con il potenziale acquirente.

Un concetto ripreso da Jonathan Lewis-Jones, Head of Practice Leads EMEA di Publicis Media, secondo cui la marca aiuta il consumatore a navigare nella complessità del commerce: “Uno scenario molto confuso, quello dei mercati indiretti, dove la differenza tra eCommerce e negozio fisico si fa sempre più labile, e dove il brand sviluppa experience usando dati che non possiede”. Bisogna estrarre il massimo valore possibile dalla partnership con i retailer, suggerisce, sfruttando l’evoluzione digitale per lavorare insieme e chiudere il gap ancora esistente.

“Il valore che è possibile estrarre dai dati”, precisa Alessio Fattore, Head of Spine, “Trova un tetto nella capacità di spesa della famiglie e delle aziende”. All’interno di queste va identificato un framework di misurazione reale, che muovendo dal MMM (Media Marketing Model) vada verso una modellazione strutturale di lungo periodo.
“Attraverso una selezione neutrale”, spiega Fattore, “abbiamo selezionato 45 KPI (sugli oltre 450 inizialmente esaminati) che hanno una relazione consistente con l’obiettivo finale. Non va dimenticato infatti il ruolo delle dimensioni dell’infrastruttura per avere un misurazione oggettiva in tempi accettabili”.
Parlando di infrastruttura, inoltre, non è necessario aver ben presente che machine learning e intelligenza artificiale non sono sinonimi, con il primo più orientato al predictive marketing, e la seconda che ha un ruolo centrale nel supporto al decision making del management.
“One thing doesn’t fit all”, è l’opinione di Thrushna Chaubal, Data Science Client Solutions Strategist di Publicis Madia UK. “Nel consumer journey conta quello a cui il consumatore è davvero interessato”. Per raggiungere questo obiettivo è necessario ottimizzare sia il content management sia gli investimenti, nell’ottica di una continua ricerca dell’eccellenza nella customizzazione.

“Fare marca oggi è saper dare la risposta giusta”, ha concluso Giuliano Noci, Ordinario di Strategy & Marketing del Politecnico, presentando la sua sintesi finale. “Non servono più storytelling standardizzati: oggi Amazon (o Tripadvisor) sono marche perché hanno conquistato la delega fiduciaria dei consumatori”. Il marketing deve abbandonare, anche nel lessico, la metafora militare (target,mirare, centrare, ecc) per acquisirne una fisica, con la marca come massa, centro di gravità, di attrazione, con una costante gravitazionale costituita dai propri, precipui valori positivi.
“Bisogna tornare a mettere al centro l’uomo”, è la conclusione di Noci, “non parlare più di B2C ma di B2I, business verso l’individuo. Un meccanismo che può esser aiutato, ma non sostituito dai Big Data, e che trova nei “Momenti dell’amore” lo sviluppo dei Touch Point, per relazionarsi con la marca in un’infinità di occasioni nella vita di tutti i giorni”.

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#OM16: Per 31,5 milioni di italiani il web è centrale nel proprio customer journey

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new cluster osservatorio multicanalità 2016

Viviamo in un’Italia sempre più multicanale: il 60% dei nostri connazionali over 14 perfeziona il processo di acquisto attraverso un mix di touchpoint tradizionali e digitali. I comportamenti si sono evoluti e i consumatori italiani sono ormai abituati a vivere la rete in logica everywhere e in ottica seamless, un solo ambiente composto da una molteplicità di canali cui attingere.
Questa la fotografia che emerge da Shopping (R)evolution, la nona edizione del Convegno dell’Osservatorio Multicanalità promosso da Nielsen, School of Management del Politecnico di Milano e Connexia, in sinergia con Hubility, che si è svolto oggi a Milano.

Al significativo cambiamento delle abitudini di consumo si accompagna un primo dato rilevante: il 63% degli Internet Users si connette a Internet da smartphone, un valore in crescita esponenziale rispetto al 2012 (+43 p.p.). Crescono anche gli utenti che utilizzano il tablet per accedere al web (+14 p.p. rispetto al 2012) e diminuiscono gli accessi da pc (-15 p.p. rispetto al 2012).

Muta di conseguenza anche il ruolo giocato dal punto vendita fisico, non più e non solo touchpoint per la vendita diretta, ma anche punto di riferimento per il reperimento di informazioni, spazio per l’erogazione di servizi integrativi e ambiente privilegiato per la relazione brand – consumatore, fino a divenire, in taluni casi, luogo strategico in cui costruire percorsi esperienziali personali con la marca.

“La Ricerca 2016 fotografa una situazione in cui, da un lato, il consumatore italiano più evoluto dà sempre più per scontata la multicanalità, dall’altro la competizione tra le aziende si sposta in modo decisivo sulla capacità di progettare esperienze di marca seamless e personalizzate – commenta Giuliano Noci, Professore Ordinario di Marketing Politecnico di Milano, che ha incalzato as usual i relatori e i partecipanti alla tavola rotonda – Ingrediente fondamentale per tale processo sarà, in modo crescente, la capacità di raccogliere ed elaborare informazioni generate dal consumatore, ma anche dal contesto competitivo, non tanto in ottica di big data, ma secondo una prospettiva di smart data. Le implicazioni per le imprese sono quindi profonde: si assisterà progressivamente a una ridefinizione dei modelli di business attuali, verso una configurazione in cui la capacità di generare intelligence, anche e soprattutto granulare, diverrà il fattore critico di successo per tutte le attività di marketing, di comunicazione e di gestione della relazione con il cliente, attuale e potenziale”.

NUOVI CLUSTER E NUOVI PROFILI

Cambiano anche i cluster, con l’emergere di nuovi cluster e nuovi profili.

Infatti, oggi distinguiamo tra InfoShopper ed eShopper. Gli InfoShopper rappresentano tutti quegli individui che utilizzano touchpoint digitali unicamente per ottenere informazioni su prodotto e/o marca. Parliamo di 11 milioni di italiani, che formano il 35% degli Internet Users e si caratterizzano per il grado di “diffidenza” verso l’utilizzo del digitale per finalizzare transazioni online.
Gli eShopper sono invece tutti coloro che utilizzano la rete sia per informarsi sia per effettuare acquisti, che prediligono il web al punto vendita fisico e che, nel 2016, rappresentano 20,5 milioni di italiani, pari al 65% degli utenti internet.

“Dalla ricerca emerge un’Italia molto più evoluta e multicanale rispetto al percepito di aziende e istituzioni – commenta Cristina Papini, Director Nielsen – Per 31,5 milioni di italiani Internet è centrale nel proprio customer journey: ben 20,5 milioni – gli eShopper – lo utilizzano lungo tutto il path to purchase. Siamo a un punto di svolta nel quale il ruolo del digitale assume connotazioni e intensità diverse nelle varie categorie di prodotto e tra i segmenti di consumatori individuati. Se non stupisce che il 92% degli eShopper ha acquistato viaggi online e il 72% ha speso online oltre la metà, nell’abbigliamento e accessori – in cui l’aspetto sensoriale e l’auto appagamento sono elevati – troviamo un nutrito 66% di acquirenti Internet e un più contenuto 14% che sviluppa online oltre il 50% del valore. Individuare le ragioni e le modalità sulle quali fare leva per riprogettare l’esperienza offerta ai propri clienti lungo tutto il processo d’acquisto – online e offline – ridefinisce l’ingaggio tra marca e individuo costruendo una vera seamless experience”.

Il gruppo di Ricerca dell’Osservatorio Multicanalità 2016 ha successivamente operato una seconda segmentazione rispetto al solo gruppo degli eShopper, rifacendosi a due variabili: la maggiore o minore propensione di questi soggetti all’utilizzo di canali digitali in fase d’acquisto e la propensione degli stessi all’utilizzo di Internet per fornire o condividere feedback.

I profili individuati sono: Everywhere Shopper, Money Saver, Cherry Picker e Pragmatic.

“I 4 nuovi cluster della multicanalità sono simili per dimensioni ma profondamente diversi sia per le ragioni che guidano alla scelta dei touchpoint nel P2P che per le diverse aspettative che esprimono verso l’insegna e la marca – commenta Stefano Cini, Client Business Partner Nielsen – In particolare i CHERRY PICKER (5,1 milioni) sono guidati dalla curiosità e dalla ricerca di un ampio assortimento, i MONEY SAVER (5,2 milioni) si caratterizzano per la loro razionalità e bisogno/desiderio di risparmio. I PRAGMATIC (4,7 mio) si distinguono per il loro modo di agire pratico e senza fronzoli volto alla ricerca di convenience. Gli EVERYWHERE (5,5 mio) sono il cluster più evoluto desideroso di vivere un esperienza di acquisto appagante e ricevere un elevato livello di servizi”.

I gruppi si differenziano l’uno dall’altro rispetto all’interesse dimostrato da ciascuno per fattori che intervengo e incidono nel processo di acquisto, quali il risparmio di tempo e denaro, la pianificazione, la passione per i prodotti tecnologici e l’innovazione.

Gli Everywhere Shopper (5,5 milioni di persone) sono formati prevalentemente da soggetti appartenenti a Generazione X (50%) e Millennials (41%) e sono il gruppo più affine alle dinamiche multicanale. Sfrecciano sicuri tra tutti i touchpoint digitali dovunque e in qualsiasi momento: per confrontare prezzi, aggiornarsi sulle offerte online, fornire o consultare feedback su prodotti e aziende.
Particolarmente attenti al tema dell’ambiente, sono allo stesso tempo grandi appassionati di tutto ciò che ruota attorno al mondo della tecnologia.

I Money Saver (5,2 milioni di persone) sono grandi pianificatori e mirano al risparmio. Appartengono anche loro alla Generazione X (49%) e Millennials (34%), utilizzano la rete con un’unica spinta propulsiva: risparmiare. Strizzano ogni centestimo e sono capaci di passare il loro tempo sullo smartphone a fare infiniti giri sui forum e sui social per scovare il migliore rapporto qualità/prezzo. Questi novelli ‘Zio Paperone’ per raggiungere l’obiettivo sentono il bisogno di prendersi tutto il tempo necessario: sono particolarmente razionali ed effettuano i loro acquisti in contesti in cui possono operare in assoluta tranquillità.
I Cherry Picker (5,1 milioni di individui) sono abitudinari, amanti delle tradizioni e legati al concetto di famiglia. Al contrario degli Everywhere Shopper, non posseggono prodotti tecnologici all’avanguardia e sono costituiti principalmente da individui della Generazione X (47%), Baby Boomers (27%) e Millennials (26%). Presentano una maggior concentrazione di donne (52%) rispetto agli altri segmenti individuati.
Per informarsi, ricorrono alle fonti tradizionali e al punto vendita classico, all’interno del quale vanno alla ricerca della relazione personale con gli addetti dello store. In fase di pre acquisto preferiscono vedere e toccare con mano i prodotti, dei quali apprezzano maggiormente la qualità rispetto al prezzo contenuto.
I Cherry Picker sono inoltre attratti dalla possibilità di acquistare online prodotti non disponibili presso i canali tradizionali e fanno riferimento a piattaforme di ecommerce specializzate, dove possono trovare esattamente ciò che stanno cercando.

Se i Money Saver sono efficaci, I Pragmatic (4,7 milioni di individui) sono i più efficienti: ricorrono infatti alla rete come strumento in grado di garantire loro un considerevole risparmio in termini di tempo. Amano operare comparazioni di prezzo ma non sono particolarmente interessati a fornire e/o a consultare feedback sui prodotti e le aziende. In fase di acquisto, amano la celerità e acquistano online quando questo li agevola nel risparmio e nella possibilità di accedere al servizio in orari non percorribili attraverso i canali di vendita tradizionali. Per questa ragione i Pragmatic considerano particolarmente utili le piattaforme di eCommerce e, per ciò che riguarda gli shop online, prediligono quelli generalisti, in grado di garantire un ottimo rapporto efficienza/usabilità.

 

E LE AZIENDE?

Come ha ricordato durante il suo intervento Stefano Cini, “Alla fine, si tratta sempre di far innamorare lo shopper” Perché sono loro che vanno conosciuti e conquistati.

Operando una prima valutazione sul grado di preparazione delle aziende italiane rispetto all’Everywhere Commerce, la Ricerca 2016 dell’Osservatorio Multicanalità esprime alcune considerazioni basandosi su quattro variabili:

  • la capacità da parte dell’azienda di raccogliere i dati dei propri clienti su alcuni o su tutti i touchpoint;
  • le modalità di progettazione e implementazione delle iniziative di comunicazione su più canali;
  • la capacità delle aziende di tracciare il customer journey dei consumatori;
  • la capacità aziendale di trasmettere ai clienti una seamless experience.

Sono poche le aziende che dichiarano di non raccogliere dati sui propri clienti (7%).
I più attivi sono gli Istituti Bancari e le aziende dedicate ai Servizi Finanziari e Assicurativi.

Le aziende del settore Largo Consumo si stanno muovendo velocemente verso lo sviluppo di capacità di lettura granulare dei propri mercati e, in parallelo, stanno sviluppando gli strumenti per la progettazione sinergica di contenuto, contesto e canale.
I settori che sembrano invece interpretare in maniera meno efficiente il cambiamento sono i player delle Utility e il settore dei Trasporti: pur avendo la possibilità di raccogliere una mole rilevante di dati, dimostrano di non saperne sfruttare le potenzialità.

Per quanto concerne la raccolta dati, Shopping (R)evolution mostra le principali fonti di acquisizione degli stessi da parte delle aziende, conferendo assoluta preminenza ai programmi di loyalty digitalizzati e ai profili social ufficiali (45% del campione).
“In un contesto di mercato estremamente competitivo, da un punto di vista comunicazione e marketing vinceranno le aziende che sapranno gestire in maniera integrata e virtuosa i dati, il contenuto e la tecnologia  –  commenta Paolo D’Ammassa, CEO & Founder Connexia – Le tecnologie che accelerano permettono oggi di effettuare complesse analisi comportamentali e predittive e di identificare gli utenti in tutto il customer journey, che presto sarà ridefinito da intelligenza artificiale, oggetti connessi e nuovi modelli di vendita. Le aziende devono imparare a dire basta alla gestione a silos delle attività di comunicazione e marketing e fare leva sui dati a disposizione, arricchendoli e definendo una content strategy orientata all’ingaggio e alla conversione, per puntare ad un marketing esponenziale che produca efficienza e risultati”.
Alla panoramica fin qui illustrata si aggiunge anche qualche spunto interessante per il futuro: la geo localizzazione in real time su dispositivi mobile costituirà per esempio una risorsa estremamente preziosa negli anni a venire, sebbene sia poco sfruttata allo stato attuale (14%).

Per le aziende del Largo Consumo, un’ulteriore preziosa indicazione riguarda le categorie di prodotti ritenute maggiormente affini all’acquisto online: al primo posto i prodotti per l’igiene della casa (71%), seguiti dai prodotti per la cura della persona (72%), dagli alimenti per animali domestici (65%), dai prodotti per l’infanzia (64%) e, per finire, dagli alimenti confezionati (55%).

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Assocom Comunicare Domani: 2014 a -1%. In 5 anni ai Paid Media meno del 50% dei budget

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Una chiusura 2014 del mercato della comunicazione a -1%: praticamente stabile, dopo il biennio “horribilis” in cui si perdeva oltre 12 % ogni anno. Queste la previsioni del Centro Studi Assocom, presentate stamattina a Milano dal vice presidente dell’Associazione Marco Girelli nel corso del tradizionale appuntamento “Comunicare Domani“. Girelli ha poi sottolineato come lo strapotere dell’abbinata Web e TV, unici media a crescere, sebbene a velocità diverse, che sfioreranno nel 2014 il 75% a valore del mercato, abbia ormai di fatto relegato gli altri mezzi classici in una nicchia sempre meno frequentata dagli spender. Confermato infatti anche per quest’anno il calo a due cifre di stampa e cinema, mentre sono un po’ in salute radio (-1,6%) ed esterna (-7,2%).
“Noi tutti lavoriamo per molti brand e lo facciamo con una passione e un impegno che va al di là delle normali 24 ore”, ha dichiarato in apertura Marco Testa, Presidente di AssoCom, “ma a volte ci dimentichiamo che il primo brand da amare e rispettare siamo proprio noi, è l’intera industry della comunicazione. Lavorando insieme, uniti, fornendo dati, studi, riflessioni, potremo anche aiutare le imprese, e il nostro paese, a cogliere ogni segnale di futuro. Il ruolo di AssoCom è anche questo”.
In linea con queste parole è la più ampia visione, con un orizzonte a 5 anni, invece, della ricerca commissionata dal Centro Studi AssoCom alla School of Management del Politecnico di Milano che ha intervistato un campione rappresentativo delle aziende investitrici e delle agenzie per disegnare il “nuovo” ecosistema della comunicazione.
Un ecosistema  articolato, complesso, polverizzato, il cui giro di affari vale nell’insieme l’1% del PIL e che occupa nel suo insieme 150 mila persone, circa lo 0,50% della totalità degli occupati in Italia. I suoi attori sono ancora i grandi gruppi della comunicazione e le agenzie indipendenti ma ne fanno parte anche i new comer quali i network di freelance, i system integrator, i technology provider e le agenzie di consulenza direzionale che stanno cercando di giocare un ruolo nel mondo della comunicazione di marca.
“Il 44% delle imprese dichiara che investirà la maggior parte del proprio budget negli “owned media”, confermando l’intenzione a diventare sempre di più proprietarie dei loro contenuti di comunicazione” ha spiegato Giuliano Noci, Professore Ordinario di Marketing PoliMi e Presidente Explora. “E non parliamo solo di media digitali, che sicuramente sono quelli più importanti fra gli “owned media”. Il fenomeno è anche off-line, ad esempio nel retail, basti pensare ai concept store, o alla rivisitazione degli eventi quali rinnovati canali di relazione con i consumatori”.
I cosiddetti “paid media” hanno oggi ancora una posizione dominante  nello spending complessivo ma a tendere questo ruolo sarà ridimensionato: nei prossimi 5 anni, il 55% delle aziende investirà meno del 50% nei paid media, che saranno considerati sempre di più in una logica multicanale. Anche la loro gestione cambierà: per il 45% delle aziende investitrici, il ruolo degli intermediari nell’acquisto di spazi pubblicitari evolverà nel tempo lasciando sempre più spazio alle piattaforme di Programmatic Buying. I big player della rete si confermano come partner fondamentali nelle strategie di comunicazione.
La ricerca ha evidenziato inoltre che le aziende si stanno riappropriando del  controllo diretto: secondo gli intervistati, il coordinamento strategico sarà per il 70% nelle mani delle imprese e per il 30% affidato alle agenzie. Cresce l’importanza di quelle che erano una volta chiamate centrali media ma che, sempre più, risultano essere dei conglomerati di competenze diversificate nelle varie discipline della comunicazione. Il ruolo delle agenzie si conferma quindi  cruciale: il 58% delle imprese ribadiscono che le agenzie rimangono i partner «privilegiati» e «stabili» per il coordinamento operativo di tutti i soggetti che, con competenze e funzioni diverse nella comunicazione, ruotano intorno all’azienda.
Le aziende stanno effettivamente coinvolgendo i nuovi attori – system integrator, technology provider, società di consulenza – in progetti specifici, ad esempio di digital positioning, ma non li ritengono i loro partner privilegiati e stabili, una rassicurazione per il circa 50% delle agenzie intervistate che  li considera come potenziali concorrenti ai tavoli di coordinamento operativo.
In sintesi, alle agenzie è richiesto allargamento delle competenze, visione strategica e operativa integrate, capacità di partnership in chiave di networking dinamico e di incubation di start-up innovative, oltre a nuovi strumenti fondamentali per la conoscenza dei consumatori, a cominciare dai Marketing Analytics & Big Data.

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AGENZIE

A “Comunicare Domani” i nuovi modelli di business. Rinnovata la struttura di AssoCom

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Integrazione, digitalizzazione, apertura al dialogo: sono queste le parole chiave per le imprese di comunicazione del futuro e gli elementi portanti di un nuovo modello di business, necessario per uscire dalla crisi. AssoCom, Associazione Aziende di Comunicazione, ne discute a Comunicare Domani, il 26 giugno alle 10, nel Salone d’onore della Triennale di Milano, viale Alemagna 6.

“L’integrazione di competenze, a cominciare dal digital, è un elemento fondamentale per vincere le sfide di un mercato che è profondamente cambiato – afferma Stefano Del Frate, direttore generale di AssoCom – Per questo è necessario che anche le imprese della comunicazione cambino approccio, lavorando in sinergia, facendo networking, ponendosi come interlocutori solidi ed autorevoli di fronte ai loro stakeholder istituzionali, in Italia e in Europa. Un cambiamento di cui AssoCom si fa motore a cominciare dalla sua organizzazione interna, con importanti modifiche alla governance mutuate da esperienze europee di successo e sulle quali l’assemblea dei soci sarà chiamata ad esprimersi nel pomeriggio del 26 giugno”.
AssoCom invita a Comunicare Domani tutte le imprese, dalle agenzie alla committenza, per confrontarsi a partire dagli stimoli offerti da importanti esperti e da testimonial di casi di successo. Roberto Binaghi, Presidente del Centro Studi AssoCom, presenterà i dati di investimento e il sentiment del mercato pubblicitario e, per la prima volta, una stima sugli investimenti delle aziende in comunicazione al di fuori del media a pagamento (costruzione di siti, presenza sui Social Network, attività di SEM eccetera). Giuliano Noci, ordinario di Marketing e Prorettore del Polo territoriale cinese del Politecnico di Milano, inquadrerà il Sistema Italia nel mercato globalizzato della comunicazione e analizzerà i nuovi comportamenti d’acquisto del consumatore e i cambiamenti necessari dal punto di vista dell’offerta. Una tavola rotonda condotta da Mario Abis, Fondatore e Presidente di Makno, Docente di statistica e ricerche di mercato IULM Milano, dibatterà sulle attese della committenza nei confronti di un nuovo modello di agenzia attraverso gli interventi di Vittoria Cristofaro, Global Brand Communication Manager Vodafone Group, Emanuele Nenna, Managing Director Now Available, Layla Pavone, Managing Director Isobar Communications – Gruppo Aegis, Andrea Stillacci, Fondatore e Presidente Herezie Parigi.

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AGENZIE

Iab Events 2013: digitale, occupazione, PIL. Potenzialità sottoutilizzate

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Si è parlato di lavoro e di digitale ieri a Roma, all’evento Iab Events 2013 organizzato da Iab Italia, per un confronto tra la industry del digitale, Istituzioni, Aziende e Associazioni dei Consumatori. Vista la crescente crisi e la conseguente disoccupazione, i posti di lavoro nel settore internet potrebbero rivelarsi la svolta per la ripresa italiana: secondo i dati divulgati all’evento, sono 2 milioni e 744 mila i disoccupati nel 2012, a cui si sommano 2 milioni 975 mila inattivi disponibili a lavorare (Rapporto Istat “Disoccupati, Inattivi, Sottoccupati” nel 2012). Il General Manager di IAB Italia, Fabiano Lazzarini, ha evidenziato come in Italia siano circa 100mila i professionisti impiegati ‘direttamente’ nel settore internet. Posizionato ancora dietro la Spagna, il nostro paese, puntando sul settore della Digital Economy, potrebbe creare una crescita occupazionale pari a quella di Paesi come il Regno Unito, al primo posto della classifica con circa 300 mila occupati nel settore; a livello europeo, sottolinea Lazzarini, si potrebbero creare addirittura 1.5 milioni di posti di lavoro in più nel settore internet, se tutti i Paesi EU fossero allineati nelle scelte.
Se si guarda, invece, al solo comparto dell’advertising online, l’Italia si posiziona ancora al settimo posto per numero di occupati; tuttavia si stima che se venissero fatte scelte fortemente orientate verso la digitalizzazione, il livello potrebbe raddoppiare raggiungendo la Francia, o addirittura quintuplicare, arrivando ai livelli attuali del Regno Unito. In questa direzione, risulta ancor più significativo l’indicatore degli investimenti del settore della pubblicità online, che IAB Italia stima sarà del +7/8% nel 2013, confermandosi unico comparto con un trend positivo in un contesto che vede il mercato pubblicitario tradizionale fortemente provato dalla crisi.
Nel secondo intervento della giornata Marc Vos, partner & managing director di The Boston Consulting Group, ha invece ricordato le potenzialità della ‘rivoluzione digitale’: si stima infatti che entro il 2016 metà della popolazione mondiale sarà connessa alla rete, per un valore complessivo dell’economia digitale pari ad oltre 4.000 miliardi di dollari. Un trend in crescita che nel già 2015 porterà al sorpasso da parte dei Paesi emergenti per quanto riguarda il numero di internauti: 1,4 miliardi contro i ‘soli’ 700 milioni dei Paesi sviluppati. Quello digitale è, d’altronde, un ecosistema molto ampio, che va dai servizi di messaggistica all’e-commerce BtoB fino al m-commerce, per un valore complessivo di quasi 950 miliardi di dollari. Un’opportunità, ricorda Marc Vos, che molti paesi stanno già cogliendo, e che obbliga tutti i Governi a puntare sulle potenzialità legate ad internet, ad esempio, promuovendo gli investimenti nelle infrastrutture, puntando allo “switch-on” della Pubblica Amministrazione, investendo nell’istruzione e nella creazione delle competenze digitali, stimolando l’e-commerce, l’innovazione e l’imprenditorialità digitale.

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