COMMERCE

Netcomm Day; l’eCommerce Italiano a quota 23,5 miliardi alla fine di quest’anno

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consorzio netcomm

“L’eCommerce in Italia continua a crescere, ma non abbastanza”, questo il sintetico esordio di Roberto Liscia, Presidente di Consorzio Netcomm, oggi pomeriggio al Netcomm Day. “Tutti i numeri del comparto hanno segno “più”, ma è il confronto con i dati complessivi degli utenti web e con quelli medi europei che si indica dove vi sono ancora ampie potenzialità da sviluppare. Se è vero che i compratori online sono quasi 20 milioni, livello record, ciò significa che vi sono ancora oltre 10 milioni di web user da conquistare. Egualmente, l’ammontare annuo medio degli acquisto online sfiora i mille euro, ma è ancora distante dei 1.500 degli altri paesi europei a noi raffrontabili”.
Mettando da parte per un momento il (molto) lavoro ancora fare, le cifre fornite dall’associazione rafforzano il sentiment ottimistico che si respirava in sala: nel 2016 gli eShopper sono cresciuti del 10%, raggiungendo quota 20,7 milioni di utenti, mentre il valore delle transazioni ha subito un incremento del 18%, giungendo a sfiorare i 20 miliardi di euro.
Sono in forte crescita gli utenti abituali del digital commerce, coloro cioè che effettuano in media almeno un acquisto online al mese: l’anno scorso sono aumentati del 25% e sono ormai quasi 16 milioni. Le spese di questi e-shopper pesano per il 94% sul giro d’affari totale dell’e-commerce italiano, a riprova del fatto che per questa ampia fetta di utenti l’acquisto online è ormai una routine.

Ancora meglio il 2017, nella previsioni Netcomm che stimano una crescita annua vicina al 19%, che porterebbe il volume delle transazioni a circa 23 miliardi e mezzo di euro. Tra i settori con trend in crescita per il 2017 ci sono: Arredamento e Home Living (48%), Food & Grocery (30%) e l’Editoria (+16%).
“Il Food in particolare”, azzarda Liscia, “nel giro di una quarantina d’anni avrà la quota in assoluto maggiore dell’eCommerce planetario. Altro settore della dinamiche inattese è l’abbigliamento, che pesa per il 10% sul totale transato e raggiunge il valore di 60 miliardi a livello europeo”
Un altro aspetto di particolare importanza evidenziato da Netcomm riguarda i canali scelti dagli utenti italiani per effettuare acquisti su internet e la loro redditività. Se il PC resta lo strumento preferito dagli e-shopper, i dispositivi mobile guadagnano rapidamente terreno: a dicembre 2016 il 26,1% degli acquisti è stato effettuato da tablet o smartphone. Se nel caso dei primi la crescita è tutto sommato ridotta (+14% rispetto al 2015), i secondi hanno evidenziato un vero e proprio boom: le transazioni sono cresciute dell’80% nel corso del 2016.

“È importante che gli operatori dell’e-commerce offrano strumenti mobile-friendly, ma l’obiettivo non deve essere di migrare interamente il traffico verso smartphone e tablet. Occorre piuttosto puntare alla omnicanalità: la possibilità di acquistare ovunque offre una migliore esperienza all’utente, ma ha anche dei chiari ritorni economici per il commerciante”, precisa Liscia. “I nostri dati mostrano chiaramente che gli acquirenti multipiattaforma, pur costituendo circa il 25% del totale, generano il 40% del valore complessivo. Il motivo è presto spiegato: un utente che può contare su strumenti pratici e flessibili sarà più soddisfatto e quindi più propenso a ritornare”.

Per meglio identificare gli “everywhere shopper”, ossia gli utenti che effettuano acquisti da PC, tablet e smartphone, il Consorzio Netcomm con le elaborazioni di Human Highway ne ha tratteggiato un profilo: si tratta di un universo di un milione di individui (5,6% degli acquirenti online), principalmente uomini (64%), di età compresa tra i 25 e i 44 anni (70%), in possesso di una laurea (60%) e residenti in grandi centri urbani (43%). È interessante notare che per questa categoria di utenti gli strumenti online non sostituiscono gli acquisti offline, ma anzi li supportano: il 33,7% di loro dichiara infatti di utilizzare lo smartphone per orientarsi nell’acquisto in negozio. Un elemento che evidenzia come l’e-commerce non sia una minaccia per i punti vendita fisici, ma piuttosto costituisca un elemento imprescindibile di una strategia di crescita globale.
Gli everywhere shopper, inoltre, contribuiscono all’11,7% del Net Retail perché spendono oltre il 100% in più della media.

Nel corso del Netcomm Day, infine, sono state presentate le azioni del Consorzio a sostegno delle aziende e a tutela dei consumatori italiani. Con questo obiettivo, l’ampio portfolio di ricerche periodiche è destinato ad arricchirsi di nuovi osservatori dedicati alle tematiche più rilevanti in ambito e-commerce e ad alcune delle industry più rilevanti online.

Anche per il 2017 l’appuntamento di riferimento per le aziende italiane è con l’e-Commerce Forum, il 10 e 11 maggio, che quest’anno cambia nome in NetcommFORUM; saranno oltre 100 le conferenze e i workshop organizzati con speaker internazionali su argomenti di primario livello alla presenza di oltre 10.000 partecipanti previsti.
Novità di quest’anno, Netcomm affiancherà a questo evento quattro momenti di incontro e di scambio professionale, denominati NetcommFOCUS, ognuno dedicato a uno specifico settore chiave dell’e-commerce: Lifestyle, Food, B2B, Travel.

Grande attenzione verrà riservata anche all’ulteriore sviluppo e diffusione del Sigillo Netcomm, il marchio che rassicura gli utenti certificando che chi lo espone offre loro qualità, adempimento degli obblighi di legge e attenzione verso le esigenze del consumatore. Nell’anno in corso il Consorzio Netcomm intende focalizzarsi soprattutto sui settori farmaceutico e cosmetico, in modo da garantire agli e-shopper la possibilità di acquistare online in tutta sicurezza prodotti facenti parte di queste delicate categorie merceologiche.

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ComScore e Human Highway svelano quanto vale l’Ad blocking in Italia

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Ad blocking

L’Ad blocking è un fenomeno presente anche in Italia, ma nel nostro paese l’impatto sul mercato pubblicitario è attualmente contenuto: l’incidenza per l’utenza PC è del 13% ed è ancora più limitata su smartphone, dove si attesta al 7,6%. È questo il quadro delineato dai primi risultati, pubblicati oggi, della ricerca continuativa “Lo stato dell’arte dell’Ad blocking in Italia” promossa da Assocom, FCP-Assointernet, Fedoweb, GroupM, IAB Italia, UPA e commissionata a ComScore e Human Highway.

I risultati pubblicati oggi si riferiscono ai dati rilevati a maggio 2016, ma la ricerca proseguirà nei prossimi mesi ed è prevista una nuova pubblicazione di dati per fine ottobre/inizio novembre. In questo modo sarà possibile tracciare un trend completo del fenomeno dell’Ad blocking in Italia.

La ricerca si basa su un impianto innovativo perché coniuga i punti di forza di tre diverse fonti di dati:
– il panel meterizzato ComScore per la quantificazione di utenti unici e pagine viste con Ad blocker installato su PC;
– l’indagine CAWI sottoposta al panel di ricerca Human Highway, per la quantificazione degli utilizzatori di Ad blocker da mobile e da qualsiasi device nonché per l’analisi dettagliata di motivazioni e modalità di utilizzo degli ad blocker e relativi impatti sull’industry pubblicitaria;
– i dati censuari forniti dagli Associati FCP-Assointernet per la quantificazione delle pagine con Ad blocker attivo.

I numeri chiave dell’Ad blocking
Il 21,9% degli utenti web italiani dichiara di conoscere e utilizzare in qualche occasione l’Ad blocking ma l’uso, per la maggior parte degli utenti, è tattico: si attiva/disattiva l’ad blocker e/o si inseriscono i siti in whitelist secondo opportunità e secondo i diversi device utilizzati. Il risultato che ne deriva, a livello mensile, è che il 13% degli utenti PC utilizza un Ad blocker su almeno uno dei propri browser.

Questa è la vera incidenza del fenomeno dell’Ad blocking in Italia: utilizzato dal 13% degli utenti, riguarda il 15% delle pagine viste, dato che invece nella rilevazione diretta FCP-Assointernet, sui siti dei propri associati, evidenzia un’incidenza media dell’11% sui volumi di pagine. Il fenomeno a livello di smartphone è limitato al 7,6% degli utenti.

Il profilo degli utenti di Ad blocker è prevalentemente composto da uomini, giovani, studenti, persone con titolo di studio elevato e abitanti nei grandi centri.
Oltre agli utilizzatori attuali, il 12% degli intervistati ha dichiarato che potrebbe installare un Ad blocker in futuro.

Motivazioni e modalità dell’utilizzo dell’Ad blocking
La ricerca permette di capire anche quali sono le motivazioni che spingono gli utenti verso gli Ad blocker. In primo luogo si usano gli Ad blocker a causa dell’impatto dell’advertising sulla user experience di navigazione (formati invasivi, affollamento elevato, rallentamento nel caricamento dei contenuti). Nel caso dello smartphone invece sono prevalenti gli aspetti più marcatamente funzionali: consumo del traffico dati e della batteria da parte dell’adv.

A seguire troviamo gli aspetti relativi al planning pubblicitario (eccessiva frequenza degli annunci, pubblicità targettizzate poco o male) e, all’ultimo posto, motivazioni legate alla sicurezza/privacy.

Tuttavia installare un Ad blocker non significa utilizzarlo sempre. Spesso gli utenti installano gli Ad blocker solo su alcuni device/browser e ben il 63% degli utenti di Ad blocker ne fa un uso tattico, utilizzando “whitelist” per permettere l’erogazione di adv da parte di alcuni siti o mettendo in pausa l’ad blocker per accedere ad alcuni siti/contenuti. E ben l’ 81% degli utilizzatori di Ad blocker si dichiara disposto a rivederne il proprio utilizzo se un sito eliminasse i formati pubblicitari più invasivi.

Valore del patto pubblicitario
Il 55% degli utilizzatori di Ad blocker non è a conoscenza del patto pubblicitario, ovvero del ruolo dell’advertising nel finanziamento dei produttori di contenuti fruiti dagli utenti online, spesso gratuitamente. Portati a riflettere sul tema, gli intervistati mostrano una maggiore apertura verso un modello di finanziamento legato ad un’advertising meno invasiva e più in linea con i propri interessi, piuttosto che al modello di business più radicale dei servizi a pagamento.

Conclusioni
Le associazioni che hanno promosso la ricerca continuativa dichiarano: “Il fenomeno dell’Ad blocking è presente in Italia e conosciuto dai consumatori, ma l’impatto per il mercato pubblicitario italiano è attualmente contenuto, attestandosi poco sopra il 10% dei volumi di consumo di internet sul PC. L’impatto è ancora più limitato su smartphone, il device che assumerà una quota di navigazione online sempre più elevata nel prossimo futuro e sul quale l’adozione degli Ad blocker è iniziata più tardi. Tuttavia si segnalano prospetticamente alcune problematiche:
– l’incidenza specifica dell’Ad blocking su alcuni target difficili da raggiungere, che potrebbe parzialmente limitare l’efficacia delle pianificazioni online delle aziende interessate a tali target;
– lo spazio di crescita del fenomeno se non verranno offerte risposte al disagio degli utenti e il rischio di un “contagio” dell’ Ad blocking dal PC allo smartphone;
– la percezione critica da parte degli utenti di alcuni formati video, un comparto che sta trainando lo sviluppo del mercato dell’online advertising.

In questo senso l’intera industry pubblicitaria è chiamata a uno sforzo di miglioramento di sistema, per darsi regole sostenibili e condivise ma che al contempo diano risposte concrete ai segnali di disagio mostrati dagli utenti. E i singoli player che sapranno raccogliere la sfida di un ambiente online più user friendly potranno contare su importanti aperture di credito da parte degli utenti, che spesso si ritrovano a installare gli Ad blocker in mancanza di alternative che ne rispettino il diritto a una navigazione piacevole.
Non secondario sarà il ruolo delle associazioni nel promuovere il valore dell’advertising e il patto pubblicitario online, che viene riconosciuto da meno della metà degli utilizzatori di Ad blocker. Le prossime wave della ricerca, a partire da quella in previsione a fine ottobre/inizio novembre, ci daranno le prime indicazioni di trend del fenomeno dell’Ad blocking sul mercato italiano”.

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Il “Chinese Luxury Customer Journey” secondo Havas Media Group

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“Chinese Luxury Customer Journey” è il titolo del secondo appuntamento formativo “Sessanta minuti con noi”, la serie di workshop lanciata il mese scorso da Havas Media Group.

La Cina si attesta nel 2012, e si riconfermerà nel 2013, come il motore di crescita del mercato del lusso: i cinesi rappresentano attualmente il 27% del mercato globale del lusso e a fine 2015 alimenteranno il 34% di questo mercato. E’ per questo che i professionisti di Havas Media Group (HMG) hanno analizzato le motivazioni, le consuetudini e i trend emergenti che riguardano il consumatore cinese nell’approccio e nell’acquisto di prodotti di lusso attraverso una survey proprietaria realizzata grazie all’expertise delle 4 sedi del gruppo basate sul territorio cinese.

Partendo da un ritratto qualitativo del consumatore cinese dell’upper class, HMG ha individuato gli elementi che impattano sulla notorietà e la desiderabilità dei Brand, fino a cogliere le barriere e i facilitatori dell’esperienza d’acquisto in boutique e online. Inoltre, HMG ha approfondito la ricchezza dei touch points e dei contenuti che caratterizzano il Customer Journey e gli scenari evolutivi dell’ecommerce in Cina. Sulla base di queste evidenze, si è individuata una rosa di competenze e di tools che permettono alle aziende di sposare un approccio omnichannel, ponendo al centro della loro relazione il cliente e targettizzando la sua brand experience, sia in termini di contenuto sia di punti di contatto.

A supporto di tale approccio, HMG ha sviluppato una survey quantitativa in Cina presso i consumatori dei beni di lusso, in collaborazione con Human Highway. Tale survey ha evidenziato una diretta correlazione fra i brand più noti (Louis Vuitton, Chanel, Gucci, Hermes, Dior e Armani) e la loro capacità di trasferire il “brand storytelling” in modo coerente su tutti i touch points. Sono soprattutto i touch points e i contenuti digitali a risultare i più rilevanti (l’88% dichiara di visitare il sito ufficiale dei brand e di ritenerlo lo strumento più rilevante per conoscere il “brand heritage” e i suoi prodotti).

L’indagine condotta da HMG mette in evidenza i punti di contatto indispensabili per costruire una relazione tra brand e consumatore: ad esempio i contenuti e l’ecommerce devono essere fruibili su piattaforma mobile e in Mandarino. Oltre alle properties che l’azienda deve sviluppare, occorre alimentare anche la brand reputation online, generata dagli opinion leader sui micro blogging e le testate fashion digitali. La ricerca mette inoltre in evidenza la più grande lost opportunity nell’engagement del consumatore cinese, ossia tutti i touch points relativi al CRM (newsletter, inviti, mailing, …) che raggiungono la maggior parte del target di riferimento, ma che non avendo contenuti personalizzati perdono di rilevanza.

Ed è proprio la capacità di monitorare il comportamento di ogni singolo consumatore, e di averne ben chiaro il suo profilo, che permetterà al brand di ingaggiarlo in modo sempre più coerente e rilevante. Il modo migliore per un brand di sfruttare questo approccio omnichannel è quello di creare dei contenuti personalizzati che lavorino in sinergia su tutti i canali a cui il consumatore viene sottoposto e con i quali entra in contatto.

Un’altra opportunità non ancora sfruttata dai brand del lusso è quella dell’m-commerce. Sono infatti 600milioni gli utenti internet cinesi e di questi il 74% accede via mobile. Tuttavia, mentre l’ecommerce cresce a due cifre, la quota di acquisti fatti tramite mobile è davvero irrilevante.

“Quello che emerge” – commenta Isabelle Harvie-Watt, CEO & Country Manager di Havas Media Group (nella foto) – “è che i brand devono investire maggiormente nei software e nella tecnologia, strumenti che permettano loro di monitorare tutte le esperienze vissute dal consumatore, in modo da potere personalizzare l’offerta a lui proposta e renderla un’esperienza unica e irrinunciabile”.

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Netcomm: quasi 14 milioni di italiani usano l’eCommerce

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Oggi, in occasione di Netcomm e-Payment 2013, sono stati diffusi i dati dell’indagine condotta in collaborazione con Human Highway sull’andamento degli acquisti online degli italiani.
La ricerca disegna un panorama dell’eCommerce nel nostro Paese in costante crescita: sono infatti 13,8 milioni gli italini ad aver effettuato un acquisto via eCommerce, ovvero il 47,7% dell’utenza internet (era il 35,8% al febbraio del 2012).  Di questi, il 24% è composto da heavey eshopper, che dichiarano di aver comprato più di 5 volte nel trimestre. Complessivamente, negli ultimi tre mesi si sono avuti 47,6 milioni di atti d’acquisto sulla rete. Aumenta e a tripla cifra (+165%) l’incidenza degli acquisti da smartphone e tablet, che hanno superato il 10% del totale delle transazioni online.
“I pagamenti elettronici hanno sempre rappresentato un elemento chiave per lo sviluppo dell’eCommerce nel nostro Paese, soprattutto per via della minore abitudine dei consumatori italiani ad utilizzare per gli acquisti online la moneta elettronica in tutte le sue forme”, ha commentato Roberto Liscia, Presidente di Netcomm, Consorzio del Commercio elettronico italiano. “Ma oggi stiamo assistendo a un forte processo di innovazione nel settore. Nuove forme di pagamento si sono affacciate su un mercato sempre più ampio. Anche le recenti norme volte a limitare l’uso del contante, congiuntamente all’accettazione degli strumenti di pagamento digitali da parte delle amministrazioni e dei servizi pubblici, inducono a favorire sia la concorrenza fra gli operatori, sia la sicurezza e la trasparenza nelle transazioni a tutto vantaggio degli utenti”.
Al riguardo, l’’indagine Netcomm evidenzia che, negli ultimi tre mesi vede al primo posto, gli eshopper hanno usato, per pagare l’acquisto online, PayPal nel 36,6% dei casi: Seguono la carta prepagata nel 24,4%, quindi dalla carta di credito per il 19,2% e il bonifico per il 3,7%. Netcomm e Human Highway, infine, hanno indagato anche il grado di conoscenza della tecnologia Nfc (Near field communication) su telefonini e tablet: come è noto, si tratta di una tecnologia che serve per effettuare i pagamenti di prossimità, facendo passare il telefonino a pochi centimetri di distanza dalla strumentazione abilitata. Ideale, ad esempio, per pagare il biglietto della metro o dell’autobus, ma non solo. Più della metà del campione sondato, circa il 50,4%, non possiede o non pensa di possedere un cellulare abilitato della comunicazione via NFC; il 12,8%  non è sicuro ma crede di avere un telefono con comunicazione NFC e solo il 9,5% ha un cellulare abilitato a questo tipo di tecnologia. Il restante 27,3% non capisce neppure la domanda, quindi probabilmente non conosce nemmeno cosa sia il sistema NFC.

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