MEDIA

Creatività e Big Data: chi comanda?

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D’accordo: siamo in Italia. Siamo alla periferia dell’impero, dove le cose succedono sempre un po’ dopo che sono accadute altrove. Ma forse proprio per questo assumono a volte caratteri dimensionali fuori scala, “inattesi” se non altro nella repentinità dei cambiamenti. Le ultime elezioni sono molto significative in questo senso, anche se probabilmente il loro effetto è stato enfatizzato da una supposta “vischiosità” del quadro politico che rallenterebbe gli effetti dei cambiamenti, vischiosità che peraltro si è ormai mostrata in totale dissolvimento di fronte all’ennesimo stravolgimento. Non vogliamo peraltro qui affrontare i temi della politica, se non nel loro valore di metafora del cambiamento, cambiamento di cui peraltro tutta l’industria della comunicazione è intrisa, a partire dai relatori in “millanta” convegni sul tema per arrivare a chi deve fare i conti tutti i giorni con mercato e budget, sempre più ridotti, sempre più parcellizzati. Tornando alle nostra industry, a gennaio è stata colpita dalle quasi simultanee dimissioni di Pino Rozzi (Grey), Vicky Gitto (Young & Rubicam) e Giorgio Brenna (Leo Burnett), precedute – a ottobre – da quelle dei direttori creativi esecutivi Bozza e Bianchi. Un cambiamento importante, quasi un terremoto, che ha dato la stura a una lettura collettiva del fenomeno che, magari a torto, si è unificato sotto la voce semplificatoria “la creatività non serve più”. Una conclusione un po’ drastica, a guardarla bene.

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