IAB Forum #Day2: il digitale vale 65 miliardi e cresce grazie a eCommerce e adv online

13 Novembre 2018

EY - Mercato Digitale

Ufficio Stampa

“Il mercato del digitale in Italia è primo per crescita in Europa ma resta relegato al 25esimo posto per pervasività”, esordisce Andrea Paliani, Managing Partner Mercati e Clienti per la regione Mediterranea di EY, presentando i dati  dalla ricerca congiunta EY e IAB ItaliaLe infinite possibilità del digitale in Italia”, durante la seconda giornata dello IAB Forum.

L’industria digitale prosegue infatti nella sua crescita per il terzo anno consecutivo, con ripercussioni positive sia sull’economia sia sull’occupazione. Il valore del digitale a perimetro ristretto, considerando cioè solo gli investimenti in attività del tutto digitali, ammonta a 65 miliardi di euro, +11,6% rispetto all’anno scorso e +22% se paragonato al 2016. I dati emergono

La pubblicità online e l’eCommerce si confermano – per il secondo anno – i comparti che più di tutti guidano la crescita dell’intera industria con incrementi rispettivamente del 13% e 15% rispetto al 2017, anche se i pesi sul valore complessivo si attestano intorno al 4% e 44%.

“La crescita del digitale ha effetti positivi anche sull’occupazione con 285mila professionisti nel 2017 rispetto ai 253mila dell’anno precedente” – commenta Carlo Noseda, Presidente di IAB Italia. “Si tratta di persone impiegate a tempo pieno in ambiti come il digital marketing e la comunicazione interattiva, la tecnologia che permette di erogare servizi online, ma anche eCommerce, online advertising e sviluppo di app. Il valore dell’industria digitale porta con sé rinnovamento e trasformazione in tantissimi altri settori adiacenti, stimolando la produttività in aziende non necessariamente votate all’innovazione. La politica economica del Governo può e deve svolgere un ruolo più determinante e di sostegno alla digitalizzazione, per una maggiore competitività a livello di sistema, un aspetto su cui l’Italia ha ancora un gap importante rispetto al resto dell’Europa e che va colmato per uno sviluppo dell’economia a lungo termine”.

La ricerca evidenzia come il digitale porti valore anche al di fuori del suo perimetro. Se partendo dal dato del settore digitale, si aggiunge una stima del valore dei beni e servizi acquistati da consumatori attraverso canali fisici di distribuzione, ma che generati grazie alla comunicazione digitale si arriva a un indotto di oltre 89 miliardi di euro e con una stima sull’occupazione di più di 675mila persone, con professionalità anche non digitali ma che con il loro lavoro partecipano allo sviluppo del digitale.

“L’economia digitale, ha necessità di combinare nuove competenze e nuovi stili di management. Dati e tecnologie digitali rappresentano la frontiera da esplorare per ottimizzare i processi esistenti, introdurre nuovi servizi, e, soprattutto, cambiare radicalmente le catene del valore dei settori industriali e dei servizi”, commenta Andrea Paliani. “Una recente ricerca che abbiamo condotto (EY-IAB- Spencer Stuart) ha confermato la progressiva presa di coscienza delle nostre imprese, il 70% del campione ha attivato, infatti, iniziative concrete per l’integrazione culturale e organizzativa di nuovi professionisti più digitali. Il 30% delle imprese ha avviato piani di sviluppo interno delle competenze. Il 71% del campione ha implementato azioni di integrazione delle generazioni più digitali al fine di accelerare la trasmissione di competenze tecnologiche e know-how digitale all’interno dell’organizzazione; il 27% ha avviato programmi di re-skilling delle risorse, per formare persone e sviluppare competenze in grado di massimizzare il ritorno di investimento del processo di digitalizzazione delle imprese”.

Il business digitale cresce quindi sia in termini di ricavo sia in termini di occupazione ma bisogna governare il cambiamento attraverso degli stili manageriali adeguati e nuovi.

“Questi dati dimostrano che sono stati fatti passi in avanti sul fronte delle nuove competenze; occorre ancora investire molto per superare il divario culturale digitale”, continua Paliani. “Una delle frontiere da esplorare sono i nuovi stili di management richiesti per assecondare una trasformazione digitale delle aziende che valorizzi nuove e tradizionali competenze. Bisogna attivare delle Academy di formazione interne alle aziende ma i leader devono dimostrare di essere generativi, in grado di abilitare nuovi linguaggi, gestire competenze multifunzionali e diversificate, essere disposti ad ascoltare e accogliere le diversità di pensiero”.

“Ci aspetta una grande corsa e quando si ha troppa fretta si rischia di cadere. Non siamo pronti, ma non possiamo permetterci di sbagliare”, conclude Carlo Noseda. “Le competenze sono fondamentali ma le domande sono: chi sono i formatori delle nuove competenze? Oggi si parla tanto di diversity, ma non è solo una questione di genere è anche una questione di diversity of thought, diversi modi di pensiero, diversi approcci, diverse provenienze e destinazioni. Il vero tema è che siamo un Paese con aziende eccellenti ma serve aiuto da parte delle istituzioni per mettere queste aziende nelle condizioni di dare il giusto valore alle persone, recuperando chi è fuggito all’estero e accogliendo chi, nel nostro paese, è in grado di fare la differenza.